Il golpe del sultano

  • Maurizio Zuccari

Un barbuto con la bandiera in collo mena cinghiate a un gruppo di militari accucciati e disarmati che si riparano alla meno peggio, sotto lo sguardo compiaciuto degli agenti di Erdogan. Un omaccione a petto nudo davanti ai cingoli dei golpisti, emulo del cinesino di Tienanmen. Carri armati presi d’assalto dalla folla incitata dai muezzin, o abbandonati in mezzo alle strade disseminate di armi e divise. E soldati seminudi fatti sfilare tra la gente inferocita, chiusi in stadi e palestre in attesa di un destino qualesia, a rovescio della tradizione. È in questi pochi flash la sintesi del golpe annunciato e fallito nel giro di una notte, ad Ankara e Istanbul. Il quarto pronunciamento militare nell’ultimo mezzo secolo, in Turchia. Un golpe da burletta dove tutti, dai kebabbari ai commentatori più smaliziati e ostici a ogni dietrologia, hanno visto lo zampino del premier turco dietro al colpo di stato mancato che ha spalancato le porte al colpo di stato riuscito. Quello dello stesso Erdogan.
Oppositori rinchiusi a mazzi nelle carceri, magistrati e giornalisti alle prese con un repulisti senza precedenti. Esercito e polizia dove ogni resistenza all’islamizzazione è messa alla porta o ai ferri, forse al muro. Il governo vuole ripristinare la pena di morte, l’Ue frena, la Nato (di cui il paese è membro malfido) sta a guardare. Non è una vendetta contro i golpisti ma un vero controgolpe quello in corso in Turchia.
Dove il nuovo sultano avrà, alla fine dei giochi, ogni potere in pugno e mani libere contro oppositori interni (pochi) e nemici esterni (assai), egualmente impotenti a fermarlo. Il ras di quartiere, calciatore di belle speranze divenuto sindaco di Istanbul, poi presidente, sta coronando il suo sogno. Riportare la Turchia ai fasti dell’impero ottomano, potente e islamizzato alla faccia di democrazia e laicità pro-Ue. I ceffoni assestati con il golpe farlocco all’Europa, alla superpotenza Usa e all’altra mezza potenza russa sono niente male. È persino ininfluente che vi sia l’amministrazione Obama dietro ai golpisti, attraverso l’ex imam 75enne Fetullah Gulem, riparato in Pennsylvania coi buoni uffici della Cia e già socio d’affari del premier turco che ne chiede l’estradizione. Erdogan chiude Incirlik, una base aerea Nato (cioè Usa) zeppa di testate nucleari, mica come noi italiani a Vicenza. E butta giù gli aerei russi che vuole. Se il nuovo sultano d’Oriente ha gettato le basi d’un saldo potere o della sua caduta, è presto per dirlo. Ma il mondo, oltre alla Turchia, è meno sicuro.

 

MAURIZIO
ZUCCARI
giornalista e scrittore

 

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