Il razzismo di chi si sente superiore

  • Mauro Leonardi

In questo luglio il razzismo parla americano.  Agenti della polizia bianchi uccisi da un cecchino nero, ragazzi neri uccisi da poliziotti bianchi. Ma il razzismo è questione umana. Quando ci sono uomini che convivono nasce la possibilità del razzismo: non sempre porterà frutti di morte, ma sempre porterà frutti amari. Il razzismo non si può ridurre ai bianchi contro i neri. Papa Francesco tempo fa parlava di Roma, della nostra metro. Raccontava un fatto di cui tutti abbiamo esperienza. “Quando prendevo il bus a Roma e salivano degli zingari, l’autista spesso diceva ai passeggeri: “Guardate i portafogli”. Questo è disprezzo, forse è vero, ma è disprezzo”.
Disprezzo: parola dura, non politicamente corretta. Ma vera, che racconta la meschinità che tocca tutti noi e dalla quale tutti ci dobbiamo difendere. Leggo per caso su Facebook un post che fa al caso mio, al caso nostro. Riporta una frase di Elizabeth Strout, scrittrice statunitense. “L’ho già detto: mi meraviglia come riusciamo a trovare modi per sentirci superiori a un’altra persona, o a un gruppo di persone. Succede dappertutto, di continuo. Comunque lo si chiami, a mio giudizio è il fondo del barile di chi siamo, questo bisogno di trovare qualcuno da snobbare” (Mi chiamo Lucy Barton).
Ecco il razzismo: sentirsi superiori. Parlare del razzismo altrui può indignare: sentirsi dare del meschino, perché disprezzo il rom che mi assedia in metro può irritarmi. Ma può essere l’occasione da non perdere per aprire il fondo del barile della mia coscienza e far ripartire da lì una società più umana.

MAURO LEONARDI

prete e scrittore
 

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