Il trasloco del premio Strega

  • Maurizio Zuccari

Settant’anni? L’età giusta per un restyling. La pensano così alla Strega Alberti di Benevento e alla fondazione Bellonci, che in occasione del 70° Strega rifanno il look al premio letterario più noto e riformato d’Italia. Ancorché immutabile. Addio alla storica sede di villa Giulia, col rinascimentale ninfeo primo teatro d’acque di Roma. Cambia pure la data della finale, l’8 luglio, per non far impattare in diretta su Rai 3 la declamazione del vincitore con gli Europei, data la ferrea connessione tra utenza letteraria e calcistica. E se il tributo che la letteratura paga al calcio è chiaro specchio dei tempi, lo è pure il posto scelto: l’Auditorium. Ombelico culturale capitolino dove tutto si tiene e che tutto fagocita, dal cinema ai libri, all’arte, con buona pace della musica per cui Piano l’ha progettato. Luogo da pubblico massificato e mediatico, pagante, non per addetti ai lavori com’era la villa di Giulio III. Salotto letterario dove allignavano vecchie mummie e neorampanti, ora destinati a deperire e morire come piante private del loro habitat. Il premio Strega trasloca, dunque, per la seconda volta da quando la buonanima di Maria Bellonci e consorte lo idearono, nel ‘47. Fino al ‘52 si tenne all’Hotel de la Ville, in via Sistina. E in quel delicato giardino di ninfee conobbe fasti e polemiche dell’Italietta che virava dal dopoguerra al boom, sopravvivendo alle stagioni dell’eversione e dello stragismo, fino agli anni ‘80 e al tracollo coèvo. Negli scatoloni che passano di mano sembrano chiudersi sogni e vicende di un mondo, non solo letterario, che più non è né sarà. Il voler stare al passo coi tempi, aprendo le sale degli amici (degli editori) a un pubblico che per quanto vasto resta risicato, appare una mera chimera, come l’editoria rivitalizzata dall’ebook. E nel crollo strutturale infuriano le polemiche. Feltrinelli ed Einaudi non partecipano all’edizione 2016, mentre la Mondazzoli, che già fagocitava lo Strega, non ha più concorrenti a sbarrarle il passo. Suoi i primi due in cinquina, Albinati & Affinati, per gli altri tre (Sermonti, Meacci e la Stancanelli), non c’è partita. Se in tutto ciò l’unico premio letterario che conti in termini d’immagine e vendite, ancorché gioco di società da gerontocomio culturale che non conta nulla, per dirla come Massimiliano Parente, saprà rivitalizzarsi o perirà, si vedrà. Certo, fuori da quel ninfeo non sarà più lo stesso, e un bel pezzo di storia se ne va. Specchio, a suo modo, di vizi e virtù del Belpaese.

MAURIZIO ZUCCARI
giornalista e scrittore

 

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