I programmi Rai Usato sicuro senza il “quid”

  • Maurizio Guandalini

L'OPINIONE La Rai presenta la nuova stagione televisiva e ci spiattella più di 40 programmi nuovi. È una Rai, in particolare la rete 2 e 3, che abbraccia un trend giovane, acculturato,  scopiazzando le tendenze  di  Videomusic-Mtv, di Italia 1, canale 8, canale 9 (Sky e Discovery), e in generale i canali del digitale terrestre. Apprezziamo gli intenti, meno gioia per i conduttori, comici, showgirl chiamati ai nuovi sforzi di stagione. E' vero che riempire i palinsesti, in qualche mese, guardando alle risorse interne della Rai, pare essere un problemone: non c'è tempo, meglio andare sulla piazza sicura fatta di consulenti, amici e compagnia del tè del pomeriggio. Però qualcosa di aziendalista, di viale Mazzini 14, ci stava bene. Insomma “cercasi” uno sforzo di scouting. Scorrendo il listone delle novità è palpabile la sensazione che i palinsesti siano stati costruiti con un melange tra usato sicuro (Fazio, Clerici, Cuccarini, Parisi e forse la Carrà) e quello che girava più vicino ai direttori in quel momento, anche per sentito dire. Per la verità il pranzo sarebbe servito anche senza i direttori Rai, e i dipendenti, perché le colonne portanti dei programmi, ormai, sono fatte da tre o quattro potentissimi agenti che piazzano una sfilza di conduttori impressionante  e da case di produzione, cioè i proprietari dei programmi, esterne, italiane e straniere.

Il senso perfetto della decadenza l'ha dato il televisionista Minoli (papà del mitico Mixer): manca una idea forte, una idea guida della nuova Rai. Soprattutto manca quel quid che ti fa dire Rai, servizio pubblico, aggiungiamo noi. Per ora c'è solo “di tutto, di più”. Lo ribadiamo, forse non interesserà molto ai telespettatori, ma alle loro tasche sì: se il carrozzone Rai è fatto di migliaia di dipendenti perché c'è da prendere il tipo o la tipa che viene da fuori? Su questo non mi capacito. Sia chiaro: le assunzioni per concorso, ad esempio dei giornalisti, in tv, come in qualsiasi altro luogo dell'informazione, fanno ridere i polli, perché non è un lavoro per titoli ed esami. E infatti non hanno mai funzionato. E sia chiaro, inoltre,   che un direttore di rete o chi per esso, insieme all'editore, devono ritenersi liberi di prendere chi vogliono e di parlare con agenti e case di produzione esterne. Ma  qui siamo in Rai, tv pubblica, tv di Stato, occorrerebbe la giustifica per quello che si fa e come si fa. E non c'è mercato che tenga: perché se la stella guida è il mercato che c'entra il canone? La solita anomalia tragica che si porta via tutte le anomalie, se non ci fosse.

MAURIZIO GUANDALINI
Economista e giornalista

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