Mattarella non è re Felipe ma...

  • Maurizio Zuccari

Podevamos. Come lo sfottò alla pelota ispanica che impazza sui social, anche per Pablo Iglesias e i suoi l’appuntamento con la storia si declina al passato. Se le furie rosse sono oramai una ex potenza calcistica, tramontata in Brasile e tracollata in terra di Francia, le sue furie viola non sono ancora una potenza politica della Spagna che verrà. Per ora restano in panchina, domani si vedrà. Con quella faccia che piace e il volto ispirato da messia di un movimento che minacciava sfracelli, stando a sondaggi ed exit poll farlocchi, il numero uno di Podemos non sfonda ma neppure può piangere miseria. In soli 48 mesi, sua è la terza forza del paese e il governo delle tre maggiori città (Barcellona e Valenza, oltre alla generalidad di Madrid). Dalla sua è il tempo, per andare oltre l’alleanza con la izquierda, la Sinistra (dis)unita che non porta in dote niente, e convincere gli spagnoli che degli ex indignados ci si può fidare.
Insomma la Spagna è in stallo, dopo il voto anticipato la situazione è allo stesso punto di sei mesi fa, seggio più seggio meno. Con Mariano Rajoy che può vantare d’essere il solo vincitore, ma senza la maggioranza necessaria a governare il paese. Per farlo bussa alla porta del partito socialista, ma il bel Sanchez la tiene chiusa, tirando un sospiro di sollievo per il mancato sorpasso di Podemos. E così gli indipendentisti catalani di Ciudadanos, indignados di destra dell’ancor più fascinoso Ribera che paga lo scotto più duro e si nega a Rajoy. Che bello non è ma è l’unico a portare a casa qualche seggio in più, anche se inutile. Impraticabile la strada della grande coalizione Pp-Psoe, (tanto più col pressing di Podemos sfumato all’orizzonte), solo un’intesa tra tutte le forze contrarie ai popolari ha i numeri per farcela, ma è negata dalla storia prima che da ogni opportunità politica.
Neppure il compassato Felipe VI sa che pesci pigliare, a chi affidare le redini di un governo qualesia. Al di là degli scenari possibili, non escluso il ricorso al voto per la terza volta in pochi mesi, lo stallo spagnolo preannuncia quello italiano. Un partito di maggioranza sfranto dal presumibile no al referendum che lo depotenzierà ancora, costretto al ricorso alle urne con una destra insussistente. Un terzo polo grillino, ormai un dato di fatto ma non in grado di farcela da solo, e nessuna coalizione in vista. Mattarella non ha la corona in capo come re Filippo, ma anche per lui sarà un bel busillis.  

MAURIZIO ZUCCARI
Giornalista e scrittore

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