Se Rio dà forfait alle Olimpiadi 2016

  • Maurizio Zuccari

Sono passati otto anni, ma sembra un secolo. Quando Luiz Ignacio Lula da Silva volle le Olimpiadi e, en passant, i Mondiali di calcio per il suo paese, il Brasile era sulla cresta dell’onda. In forte espansione, vicino a Russia, Venezuela e Cuba, alla faccia degli Stati Uniti. Una visione progressista e un segno populista, quello di Lula, capace di mettere un freno alle storiche mire egemoniche dell’ingombrante dominus norteamericano, mostrando al Brasile la propria forza. Al punto che un seggio tra i big del Consiglio di sicurezza dell’Onu pareva cosa fatta. 

Nazionalizzare senza strafare, far sognare restando coi piedi ben piantati a terra. Avviare, persino, un grandioso piano per rendere le favelas vivibili, umane. Pochi anni dopo, di quel sogno resta cenere. I Mondiali sono finiti col più sonoro ceffone ai Carioca che la storia ricordi, il tracollo economico è gigantesco. Lula è affossato tra accuse di incapacità e corruzione e la sua delfina, Dilma Roussef, cacciata a furor di popolo da un golpe istituzionale. Col presidente reggente, Michel Temer, impegnato a smantellare ogni conquista e memoria lulista. Delle favelas è meglio tacere, solo nei primi sei mesi del 2016 si sono avuti circa 500 omicidi, più del 15% rispetto allo scorso anno. 

L’ultima tegola sul sogno di Lula è arrivata a poche settimane dall’apertura di quei giochi olimpici che dovevano celebrare la grandezza del Brasile, mostrandone i fasti al mondo. 
Il governatore di Rio, dove si accenderà la fiaccola il 5 agosto, proclama lo stato di calamità pubblica. Lo stato dà forfait, c’è il rischio di non onorare gli impegni presi per i giochi, dichiara Francisco Dornelles. Neppure nella Cuba degli anni più tosti s’era visto niente del genere, con gli ospedali chiusi per mancanza di attrezzature e medicine, le università dove le lezioni proseguono a spizzico perché i professori sono senza stipendi, idem la polizia che ha smesso di pattugliare le strade.

Piste ciclabili e stadi crollano come birilli. Il governo promette un assegno in bianco di tre mesi, tanto per chiudere i giochi in bellezza, la guardia nazionale per garantire l’ordine pubblico, al posto dei poliziotti – con 80 mila uomini saranno le Olimpiadi più militarizzate di sempre – e una ley general olimpica che azzera ogni dissenso, ma non fa marcia indietro su un disastro annunciato. Meno male che Roma le sue Olimpiadi le eviterà, se la Raggi sarà di parola. Almeno potremo pagare i debiti di quelle del Sessanta, evitando malefigure e altri buffi.

MAURIZIO ZUCCARI
Giornalista e scrittore

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