Renzi, cartellino giallo che peserà sul referendum

  • IL COMMENTO DI GIAMPAOLO ROIDI

Che il valore di queste elezioni amministrative fosse meno che mai soltanto locale lo aveva di fatto riconosciuto lo stesso Matteo Renzi, quando qualche giorno fa aveva chiesto ai parlamentari del Pd di comunicare con ogni mezzo l’impegno del governo per la riduzione della tasse in vista del tax day del 16 giugno. Un segnale di panico. Sapeva, il Renzi presidente del Consiglio, che perdere anche solo un’altra grande città, dopo Napoli e Roma, date per irrecuperabili già nella notte del primo turno, avrebbe significato sbagliare l’ultimo test di consenso prima del referendum di ottobre in cui gli italiani dovranno dire sì o no alla riforma costituzionale. Referendum al quale  Renzi ha legato la sopravvivenza del suo governo e di se stesso come premier.

La città in bilico era Milano, la mazzata è arrivata da Torino. Piero Fassino, dato da molti vincitore al primo turno, il 5 giugno si era ritrovato al ballottaggio con undici, comunque rassicuranti punti di vantaggio sulla grillina Chiara Appendino. Fassino è stato un ottimo sindaco in una città dalle solide tradizioni politiche di sinistra, con però un problema grande così di occupazione e di disagio crescente nelle periferie. Mai nessuno, nemmeno Gianroberto Casaleggio, ne siamo certi, si sarebbe immaginato una vittoria sotto la Mole. I torinesi hanno negato la propria fiducia al sindaco Fassino o al Renzi segretario del Pd?

A Milano Giuseppe Sala ha sì vinto sull’onda della convincente stagione amministrativa della Giunta Pisapia, forse più che sui successi di Expo, ma se l’è vista brutta, perdendo 12 punti di vantaggio su Stefano Parisi in poche settimane. Qui il centrodestra unito ha dimostrato di essere vivo, competitivo e capace di intercettare il voto grillino in chiave anti Renzi. Stessa sorte a Bologna, dove Virginio Merola ha vinto con uno scarto inferiore alle attese, ma anche e soprattutto a Roma. Qui l’asse Destra-Movimento Cinque Stelle ha sperimentato per la prima volta un’alleanza che ha avuto da subito il sapore di un siluro politico via Tevere su Palazzo Chigi.  Nella capitale il Pd ha messo in campo un candidato vero, nuovo ma con una lunga esperienza sul Campidoglio. L’impresa era disperata – far dimenticare Marino e i suoi pasticci, la guerra col Partito nazionale, le cronache di Mafia capitale – forse impossibile. Ma al di là del risultato finale, pesantissimo, qui Renzi impara i minimi termini a cui è ridotto il partito che fu di Veltroni, Rutelli, Bettini, ma anche la vicinanza -  oggi certamente strumentale, domani chissà - tra il M5S e la destra destra. Lo diranno le analisi delle prossime ore: il collante è nazionale. A Napoli il movimento di Grillo e Casaleggio ha fatto al contrario asse con la sinistra radicale del sindaco De Magistris (qui la Lega non esiste). Cambiano i colori, non il risultato: Pd messo all’angolo e reso innocuo.  Il Pd locale, dirà qualcuno. Ma il pensiero corre al Nazareno e a ottobre.

Le conclusioni a caldo sono sempre le peggiori. Matteo Renzi saprà analizzare in profondità come si sono mossi gli italiani dei comuni coinvolti. Ma è certo che una svolta si impone. Nella gestione del partito in periferia, dove il controllo appare molto più incerto, come a Roma. Se M5S, Lega e Destra non moderata sanno fare squadra e mandare al governo di Roma e Torino due candidate così “nuove”, scrivendo una pagina di storia (a Bologna non ci riescono, ma non di moltissimo) il premier da stamattina ha un problema di strategia politica complessiva. Ai nuovi sindaci: in bocca al lupo, forza e coraggio.

GIAMPAOLO ROIDI

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