Se la Svizzera boccia il reddito garantito

  • Maurizio Zuccari

In Svizzera non piacciono i soldi facili, non fuori dalle cassette di sicurezza. Il referendum sul reddito minimo, 2.500 franchi per tutti, non è passato. Con qualche stupore in chi, dalle nostre parti, si sarebbe accontentato di molto meno, e gli osanna alla meritocrazia.

L’idea era venuta a tal Daniel Haeni, proprietario a Basilea dell’omonimo caffè, e ai suoi amici. Generation basic income: generazione reddito base, o zero, si chiamano. In Italia c’è pure un sito – www.bin-italia.org  – che ne raccoglie le gesta e ne amplifica le idee. Presto dette.

Nell’era della globalizzazione e della digitalizzazione forzata, la massa di respinti e abbandonati dalle gioie di siffatte conquiste dell’umanità dovrà pur trovare un modo per tirare avanti, tra un selfie e l’altro. E visto che il lavoro, specie se tutelato, è una roba messa in soffitta come le chincaglierie della nonna, manco buona a essere rispolverata per qualche fiera d’occasione, la via di scampo per chi non ce la fa è il reddito minimo garantito.

Sono anni che il gruppo patrocina l’idea con iniziative neanche male, come sciare sopra una montagna di soldi in un caveau, o scaricare da un camion 15 tonnellate di monetine davanti al parlamento federale, alla consegna delle 130mila firme per il referendum.

Appena bocciato dal governo cantonale e dalla stragrande maggioranza dei cittadini con il 77% dei voti. Duemilacinquecento franchi svizzeri per tutti – 2.300 euro o 2.700 dollari, al cambio, là dove il salario medio è tre volte tanto e la soglia di povertà più bassa di poche centinaia di franchi – circa 600 per adolescenti e minori, e la Svizzera sarebbe uscita dai gorghi del Terzo millennio.

Considerato che gli svizzeri sono poco più di 8 milioni, fanno circa 200 miliardi da redistribuire ogni anno, sette ottavi coperti da assistenza e imposte su redditi da attività lucrative e il resto (25 miliardi circa) dall’aumento di tasse e tagli di spesa.

Ma agli svizzeri non dispiace tanto avere soldi facili quanto vedersi aumentare le tasse, soprattutto a favore degli indigenti. E hanno respinto in massa la proposta di salvare i sommersi. L’iniziativa non è piaciuta neanche alla sinistra elvetica, che difatti l’ha bocciata in toto.

Sola voce a favore, ai Cantoni, quella della socialista Anita Fetz, pur’essa di Basilea. Che dà per buona l’idea, ma «tra 20 o 30 anni, quando dalla digitalizzazione del lavoro risulterà una forte perdita di posti». Ma per allora si sarà tornati al baratto, madame. E nessuno raccoglierà soldi come carta straccia.

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