Io, sotto esame a fine anno

  • Tony Saccucci

Mercoledì scorso, per qualche milione di studenti, si è concluso l’anno scolastico. Uno studente quando va in vacanza è felice, c’è poco da fare. E pure i professori, perché cominciano i famosi tre mesi di ferie. Ovviamente, quest’ultima è una provocazione per i qualunquisti, categoria mai estinta da quando la società di massa ha prodotto la serialità e il suffragio universale. Ma la fine dell’anno porta con sé altro, per chi lo vuol vedere.

Porta il bilancio.  E per fare bilanci ci vuole forza, capacità di mettersi in dubbio, ci vuole sopportazione alla sofferenza.

All’ultima lezione, in ogni classe, chiedo di scrivere su un foglio anonimo dov’è che ho peccato, dov’è che ho sbagliato. Quest’anno ho scelto di farlo parlando apertamente. Non so quanto sia valido in questo modo. Quello che so è che sono uscite comunque  fuori cose su cui dovrò migliorare.

Dovrò migliorare io. Perché se su quattro classi, due o tre studenti a classe ti dicono la stessa cosa vuol dire che è vera. Vi assicuro che è un’umiliazione. Ti senti un fallito in quel momento. E più loro infieriscono e più chiedi sincerità.  

È una specie di forma morbosa, un voler sapere di non saper insegnare, un’affannosa ricerca metasocratica. Mi sono spesso domandato perché faccio questo. Perché ho bisogno di questa sorta di masochismo. In fondo se non chiedessi niente andrebbe bene lo stesso. Quanti  docenti non lo fanno? Tanti, e forse fanno bene.

Ma io chiedo, domando, insisto, prendo appunti. E non può essere che lo faccio solo per migliorare, perché potrebbero esserci tanti modi per migliorare. Per esempio studiare, partecipare a corsi di formazione. E poi, a fronte di uno studente che lamenta una cosa ce n’è sempre un altro che quella cosa la apprezza. Mi espongo, insomma, a critiche sicure. Fosse anche una sola.

Eppure c’è un motivo per cui secondo me farsi valutare dagli studenti ha a che vedere con la modalità didattica stessa. La lezione frontale se deve essere lezione deve essere un rapporto, dove le esigenze sono più sfumate del sapere da una parte e del non sapere dall’altra. Il sapere è un incontro, un’alchimia. Una risultante di energie. Non è sterile voce che esprime concetti che si infilano tramite i timpani nella testa dell’altro. Il sapere è vivo, e la vita è fatta di sofferenza, umiliazione. E rinascita.

Articoli Correlati

Il biocentrismodel M5s romano

L'opinione di Tony Saccucci

La fragilità del corpo docente

Il commento di Tony Saccucci sugli attacchi ad Agnese Landini

Se il docentenon fa lo scontrino

L'Opinione di Tony Saccucci sulle 500 euro di aggiornamento professionale concesso da Renzi agli insegnanti