La lezione di Mohammad Alì

  • Maurizio Baruffaldi

Non mi stupirebbe se un ipotetico sondaggio tra chi ha meno di trent’anni dimostrasse che la maggioranza di loro creda che Rocky Balboa sia davvero esistito: i nuovi campioni del mondo sono dei nessuno, ed è troppo facile confondere la realtà con la fiction. Ieri, per ricordare che la boxe è Alì, ed è vera, ho riesumato la VHS di Quando eravamo re: un documentario che seppellisce tutta l‘Epica cinematografica che si possa costruire a tavolino. Mette i brividi il tifo nero, rincorso, osannante per Alì che si allena nelle strade sterrate di Kinshasa; e provo ogni volta la stessa tensione, come se non sapessi come andrà a finire. Rivedo il movimento che costruisce il pugno che sbriciola la montagna chiamata Foreman, e mi dispiace per gli altri: quelli che questo sport lo disprezzano, relegandolo ad uno scontro tra trogloditi. A violenza gratuita. Persone come noi tutti, che combattono quotidiane battaglie senza pugni, sangue e regole.

Mohammad ha invece scritto sulla sua pelle la più grande sceneggiatura sul pugilato. Tanto che nei libri di scuola insieme all'Odissea e l'Iliade ci metterei la sua vita. Che ha ribaltato la boxe, facendone veicolo politico e religioso; spettacolo atletico e strategico; anche aspro cabaret. E per farlo si è immolato. Difficile non pensare che quel morbo infame non sia figlio di incontri come quello di Kinshasa, dove ha rimbalzato sulle corde come un punching ball, o degli scontri infiniti con Frazier. Quando ragazzino gli rubarono una bici, il poliziotto al quale denunciò il furto aveva una palestra, e visto il desiderio del piccolo Cassius di vendicarsi del ladro, gli consigliò di imparare prima a combattere. Una storia di rivalsa, seminata ovunque, e che la boxe raccoglie. Grazie a un parente pugile ho assistito a giornate di incontri di semi professionisti. Ci sono parecchie donne e una volta ci ho portato mia figlia di tredici anni, contro la volontà di chiunque. Nella palestra caos e solennità si fondono, l'adrenalina densa come fumo, la lealtà una voce costante e silenziosa. E la paura un odore inconfondibile: vincerla è lo scopo di tutto. Alla fine era coinvolta, pensierosa. Tanto che aveva fatto solo una foto. Al grande telo bianco sulla parete opposta al ring. In pennarello grosso c’era scritto: Prima di danzare sotto i riflettori, corri per la strada. Alì. Questa è la boxe. Questa è la vita.

MAURIZIO BARUFFALDI
Giornalista e scrittore

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