E se Brexit non fosse una catastrofe?

  • Maurizio Guandalini

Il 23 giugno in Gran Bretagna ci sarà il referendum per uscire, o meno, dall'Unione europea. La tanto citata “Brexit”. Da artigiani dell'economia, dell'uscita diciamo tutto il male possibile soprattutto, perché non è il momento, perché sarebbe turbolenza sui mercati, perché si aprirebbe uno scenario disastroso. Almeno, così si pensa, questa è la previsione più probabile. Manca, però, la controprova. Non spasimiamo per vederla e, lo ammettiamo, è un nostro difetto, una nostra paura, carica di un retroterra di fallimenti e immobilismo. Con franchezza, non è che le ricette e gli schemi  provati, sempre quelli, per (entrare e) uscire dalla crisi ci hanno dato tante soddisfazioni. E qui, stanno, anche, i nostri limiti, e le nostre convinzioni datate, appunto. Negli otto anni, trascorsi, di crack finanziario dovremmo trovare il coraggio di affermare, stando nel Vecchio Continente, che sono saltati i modelli perfettini imparati sui libri, quelle formulette che cercano di incastrare alla perfezione anche l'impossibile per poi implodere in un nano secondo. Rispetto alla Brexit, non conosciamo l'altra faccia della medaglia. E se non fosse un disastro? Se non ci fosse una catastrofe?  Quello che ci prende, e ci ammalia, è l'imprevedibilità. D'altronde, le ricette passate, sono frutto dell'incapacità di rischiare, di trovare nuove vie, di uscire dall'impasse. Ora ci attira il match tra  cittadini che scelgono il loro futuro infischiandosene dei peggiori presagi e gli stregoni, super tecnici che di una classe politica debole e lenta fanno  i supplenti.

MAURIZIO GUANDALINI
Economista e giornalista

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