Il prof del cuore nella scuola del merito

  • Tony Saccucci

La scuola del merito che dovrebbe derivare dalla legge 107, la Buona Scuola, si corona di un altro fiore all’occhiello. È stato istituito una specie di Nobel del docente (a cui sarà possibile iscriversi a partire dal primo luglio), un riconoscimento economico a quell’insegnante che risulterà essere il “più bravo”. Cioè innovativo, passionale, rivoluzionario, capace di capire i giovani, di risolvere problemi, di creare modelli didattici nuovi e coinvolgenti, di agire in posti degradati inventando soluzioni e così via. 50mila euro al primo classificato e 30mila dal secondo al quinto. È stato pensato sulla stessa scia del Global Teacher Prize. Un modo per ridare centralità a una figura professionale che forse non è mai stata così in crisi come in questo momento. Il fatto, però, è che questa pur bella trovata – paradossalmente – finisce per affossarla questa figura professionale. Perché a fronte del premio, della soddisfazione, della gloria che verranno riconosciuti a cinque magnifici professori – e ce ne sono certamente anche di più di docenti speciali in Italia (personalmente ne avrei almeno una dozzina da segnalare in questo senso) – ne restano centinaia di migliaia nell’anonimato senza allori ma soprattutto senza euri. Anzi, diciamo la verità, neanche i vincitori del Nobel avranno qualcosa, perché i soldi saranno destinati a progetti per scuola. Ma credo che ai non addetti ai lavori questa distinzione sfuggirà. Dunque, la situazione resta sempre la solita che, come un disco rotto, vado denunciando da due anni a questa parte: lo stipendio dei docenti italiani è uno dei più bassi d’Europa e non ci sono segni di cambiamento di rotta. E anche le varie premialità previste sono semplicemente inadeguate. Il tanto famigerato premio che i presidi dovranno dare ai propri docenti, sulla base dei criteri scelti dal comitato di valutazione, si sta rivelando sempre di più un’elargizione, un’elemosina, una concessione. Ad oggi non si sa ancora quanto è stato destinato ad ogni scuola, quanti docenti saranno coinvolti e con quale cifra. Una concezione del lavoro semifeudale che deprofessionalizza ancor di più.

La scuola italiana ha bisogno di normali professionisti, non di fenomeni eccezionali.

TONY SACCUCCI
insegnante e scrittore

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