Breve testimonianza di una raccoglitrice di firme

  • La buona scuola

Il giorno della costituzione del nostro comitato referendario avevo ascoltato l’esponente di un’importante sigla sindacale dire che i banchetti già costituiti altrove stavano andando molto bene nella raccolta e che i volontari non riuscivano a smaltire le code di individui ansiosi di firmare a sostegno dei quattro quesiti contro la legge 107.

La solita smargiassata da sindacalista, ho pensato. Si sa che i nostri rappresentanti sindacali ricorrono a ogni espediente pur d’infondere fiducia e speranza in una categoria tramortita dall’indifferenza della politica e da decenni d’insulti legislativi, pur di suscitarne un estremo guizzo vitale, la reazione finalmente vincente; e lo fanno anche gonfiando di poco o di molto i dati della realtà.

E invece stavolta era vero. Me ne sono resa conto al primo banchetto, di domenica, sul viale dello struscio cittadino. Per circa due ore abbiamo chiesto documenti, fornito spiegazioni, riportato convulsamente dati anagrafici su decine e decine di schede, attenti a non sbagliare il rigo, a non saltare lo spazio. Abbiamo anche riso, ascoltato qualche commento astioso masticato di corsa, bevuto il caffè che qualcuno depositava, in bicchierini plastificati, tra le penne e i volantini, con la complicità disinvolta di chi condivide una causa e ci tiene a contribuire, in ogni modo.

Poi è scoppiato il temporale, improvviso e fragoroso. Le firme raccolte minacciavano di sciogliersi in un rivolo d’inchiostro beffardamente filogovernativo. Un passante ha slegato in fretta la bandiera, un altro ha smontato le zampe del tavolo. Crederci ancora e collaborare. Ecco cosa serve per ripartire.

CRISTIANA BULLITA

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