La spesa per il consenso genera solo debiti crescenti

  • Massimo Blasoni

L'OPINIONE Il rilievo della nostra spesa pubblica e il peso delle tasse, che fanno dello Stato «l’azionista di maggioranza» di ogni famiglia e impresa italiane, hanno posto al centro della nostra vita la politica. Quest’ultima ha speso per il consenso, senza però particolare costrutto. Quanti eletti preferirebbero un salutare taglio delle tasse alla possibilità di assegnare finanziamenti? Il primo è utile, ma non genera ricadute elettorali dirette. I secondi, invece, hanno nomi e cognomi: quelli di chi li assegna e di chi li riceve.

Sembra quasi che l’orientamento della spesa pubblica sia spesso l’espressione di una sorta di voto di scambio generalizzato. L’adesione alle richieste dei territori, dall’ultima associazione all’azienda di grandi dimensioni, dall’ultimo Comune al piano nazionale su questo o quel tema, è stata spesso concepita per il potenziale ritorno elettorale e non per l’effettiva utilità. Come nel caso degli aumenti contrattuali e delle assunzioni nelle migliaia di partecipate che si occupano di un po’ di tutto, spesso con pesanti deficit. Un modo di agire che alla fine si è riverberato anche sulle aziende private. Si è pensato di risolvere con la Cassa integrazione, i contributi, i salvataggi, le esenzioni: di fatto, un serpente che si morde la coda.

Quando poi lo Stato mette le mani nell’impresa combina spesso costosissimi disastri: Montedison, Iri, Cassa del Mezzogiorno, Alitalia... Non c’è un solo grande ente espressione economica dello Stato che non abbia registrato in passato o registri ora pesanti deficit: dall’Inps alle Fs, alle Poste. In sintesi, risorse utilizzate senza una strategia. Il risultato è che non abbiamo aeroporti, un sistema ferroviario e infrastrutture informatiche che siano adeguati ai tempi. Continuiamo invece a soffrire un Meridione arretrato nonostante le enormi quantità di denaro che vi sono state riversate a partire dagli anni Cinquanta. Almeno tutto questo si fosse fatto con i soldi disponibili. E invece i governi si sono indebitati enormemente, spendendo soldi che non c’erano. Negli anni Sessanta il debito si attestava al 30% del Pil, per salire al 93% alla fine degli anni Ottanta e arrivare al dato attuale che supera il 130%. E non è finita, purtroppo...

MASSIMO BLASONI
Imprenditore e presidente del Centro Studi ImpresaLavoro

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