Canone di Stato per tivù di Stato

Maurizio Guandalini
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Buoni, buoni. Non agitatevi. A luglio pagheremo il canone Rai, anche se la Rai non è cambiata.  Si prepara la nuova stagione fatta di programmi fotocopia di quelli in corso, gran premio di Formula 1, a macchia di leopardo, compreso. Tv di Stato? Non  pervenuta. Zero Tv del canone. I televisionisti (?!), eletti più di un anno fa, che guidano il carrozzone Rai,  infornano la tv pubblica di esterni provenienti dalla carta stampata. Come mettere il bravo Giletti direttore del Corriere della Sera. Non ci credono nemmeno i piani alti alla ri-nascita della tv pubblica se, tra 11-12 mila dipendenti Rai, non riescono trovare qualche Braveheart. I risultati non ci piacciono, sono da jeans e maglietta, come sempre avviene quando non c’è  chiarezza  sul prodotto che, per ora, va nella direzione della chiusura di alcuni programmi. Per carità, nessuna petizione lagnosa verso l’addio dei talk: la democrazia non è in pericolo e non c’è scritto da nessuna parte che il conduttore è un posto a vita. Finiamola su, con questa storia che ci vuole, a tutti i costi, la tv pubblica, la sola che riesce garantire equilibri superiori. Non è vero. Eppoi sappiamo che una tv pubblica, fedelissima al suo brand, verrebbe vista dal duo Lumi Cino.

Il servizio pubblico non è nè monomarca e nemmeno palpabile

Se la Rai sta sul mercato, con decine di canali, deve fare, senza esclusione di colpi, programmi concorrenziali alla tv privata. Il servizio pubblico, in questo fantasmagorico mondo multimediale, non è né monomarca e nemmeno palpabile, è nell’aria:  l’informazione, ad esempio, è ‘offerta’ gratuitamente anche dalle private La7, Sky, Mediaset e dai siti internet. Tutto gira, cambia, evolve. Giorni fa, Fiorello è stato proclamato giornalista dell’anno. Fiorello non è giornalista e fa una trasmissione, Edicola Fiore,  con un telefonino, dentro un chiosco. I soloni hanno storto il naso: ma come? L’informazione è ‘esclusiva’  di quelli con il tesserino, iscritti all’Ordine. Del tipo che il sapere è custodito solo in Università. Un format conservatore, e aventiniano, solo attento a piantonare le rendite di posizione. Per questo dissertare di tv pubblica è un controsenso in termini, non c’è e non ci sarà mai, o è un paravento. Si dica con chiarezza che la Rai è una zavorra per lo Stato e quindi va pagato il canone in attesa di soluzioni. Ci sta. Vendere delle reti tv non è come smaltire l’umido di casa. Però, un favore ce lo fate? Togliete quella dicitura motivazionale del canone – imposta sul possesso dell’apparecchio televisivo -  che riecheggia tempi andati, da settimana Incom, quando il pane era polenta?

MAURIZIO GUANDALINI
Economista e giornalista

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