Anfibi sul terreno? Ni, ma comunque altrui

  • Giampiero Gramaglia

La comunità internazionale si muove con i piedi di piombo in Libia: non vuole né ripetere gli errori del passato, con i fallimenti del dopo Gheddafi, né favorire l’avanzata delle milizie jihadiste. L’Italia è prudente fra i prudenti: “Anfibi sul terreno?”; magari sì, ma altrui, a costo di farli venire dal Nepal - dall’Himalaya al Sahara, quei soldati si sentiranno certo a loro agio -. La priorità è combattere il sedicente Stato islamico e contrastare i trafficanti di persone, ma bisogna farlo – avverte Mattia Toaldo, un ricercatore dell’Ecfr - senza suscitare “ulteriore caos nel Paese”.
Riuniti a Vienna, i ministri degli Esteri di una ventina di Paesi attenti alle vicende libiche, insieme ai rappresentanti di Onu e Ue, ascoltano il premier libico Fayez al-Serraj, una loro creatura, e appoggiano la richiesta d’alleggerimento dell’embargo sulle armi deciso in sede Onu: «Cercheremo di revocare l'embargo e di fornire gli strumenti necessari per contrastare le milizie islamiche», dice il segretario di Stato Usa John Kerry, per cui «il governo al-Serraj è l'unico legittimo», «deve iniziare a lavorare» e va sostenuto dalla comunità internazionale.

L’ idea è di dare ai libici i mezzi per combattere da soli gli integralisti. Il rischio, di cui tutti sono consapevoli, è che i libici usino le armi per combattersi fra di loro. Per disincentivare chi vuole ostacolare la transizione politica, c’è la minaccia di sanzioni: ne togli da una parte, ne metti dall’altra.
Kerry elogia l'Italia, che ha con la Libia «una relazione e un interesse molto speciali», ed è «sempre al primo posto nello sforzo» per la stabilizzazione del Paese, necessaria – spiega il ministro italiano Paolo Gentiloni – per sconfiggere il terrorismo e fronteggiare le migrazioni.
Al-Serraj, il cui governo non chiede soldati sul terreno, ma assistenza per l'addestramento, oltre che la revoca dell’embargo, avverte che «il nemico peggiore non è l'Is», ma sono le divisioni interne: «I terroristi saranno sconfitti dal nostro esercito unito sotto il comando civile, non dalle milizie rivali che rivendicano un ruolo politico».
Un riferimento al generale Khalifa Haftar, l’uomo forte di Tobruk, sostenuto da Francia, Egitto, Turchia ed Emirati – tutti intorno al tavolo di Vienna -, che si rifiuta di collaborare con il governo d’unità nazionale: spetta al al-Serraj decidere se e come dargli un ruolo, dice Gentiloni; ma finora il generale se l’è preso.

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