Ho fatto il sindaco anche io

  • Maurizio Baruffaldi

Piombano a casa mia un pomeriggio domenicale, senza preavviso. Una coppia di cari amici, lei e lui. Avevo da pochi minuti superato il torpore di un pisolo pomeridiano e ho acceso al volo la macchinetta del caffè espresso. Immaginavo una visita improvvisata perché passavano dalle mie parti, ma quando si sono seduti ho capito che c'era dietro una sorpresa, ed era una cosa importante. Infatti. Dopo una figlia e una lunga convivenza avevano deciso di sposarsi. Ma davvero? Sì. E vogliamo che “il sindaco” sia tu. Cosa? Allora non sapevo nemmeno fosse possibile. Ma siete sicuri? Ovvio. Senza nemmeno mettere in fila le informazioni ho detto sì. D’istinto. Non si può rifutare l’onore di essere scelto per il momento che si ricorderà per sempre. Con gioia o a malincuore, poco importa. Erano felici. Io anche: ma di quella felicità che non è che la capisci tanto. 
Nei giorni seguenti sono andato a registrarmi e ho ricevuto dall'impiegata del Comune le istruzioni varie, compreso una poesia, forse cinese, da leggere a mia discrezione. Loro mi hanno invece chiesto se volevo scrivere io, qualcosa. E l'ho fatto, armato d'esperienza pratica e romantica: poco cinese e molto occidentale. Quindi sono passato al problema vestito. Mi sono risparmiato la cravatta, ma ho comprato un paio di pantaloni; le scarpe di bel cuoio le avevo: le ho solo lucidate, per la prima volta. A quel punto ero pronto. E ci ho pensato con la giusta preoccupazione, come prima di una sfida, fino a quel giorno, quando mi hanno fatto indossare la fascia tricolore obliqua e mi sono trovato dietro l'altare pagano di una sala affrescata. C'era un diffuso e sottile divertimento, cosa che ha frantumato qualunque timore, e così davanti  al sorriso teso degli sposi ho cominciato a leggere il rapido copione che sanciva l'unione civile detta matrimonio. Dopo il doppio Sì è scattato l'applauso, quindi ho dovuto invitare gli sposi un po' confusi al bacio che si deve al pubblico. Bacio di fretta e imbarazzato, eppure ugualmente vero. Per chiudere ho letto le parole finali che avevo scritto per chi aveva scelto di appartenersi: costi quel che costi. Mi sono emozionato, ma ho retto. Ero un servitore, e non dovevo dimenticarlo.  

MAURIZIO BARUFFALDI
giornalista e scrittore

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