Khan, la favola bella del neo-sindaco di Londra

  • Maurizio Zuccari

Mi chiamo Sadiq Khan e sono il nuovo sindaco. È conciso quant’altri mai, nel suo discorso d’investitura nella cattedrale cattolica di Southwark, a due passi dalla City, il candidato laburista che ha strappato Londra al predominio Tories con un largo 57%. Un’impresa notevole, riuscita in passato solo a Blair in grazia del suo trasformismo moderato. Tutt’altro genere rispetto al neo primo cittadino che, oltre a militare nel Labour del “radicale” Corbyn – che poco gongola visto il tracollo in Scozia e la distanza tra i due – è un musulmano praticante. Il primo sindaco di una metropoli europea di otto milioni di abitanti. Prima di lui c’è riuscito solo Ahmed Aboutaleb, di origini marocchine, sindaco a Rotterdam, ma la vittoria nell’ex capitale dell’impero britannico è un’altra cosa.
Nato e cresciuto in una famiglia d’immigrati pachistani (sette fratelli, padre autista d’autobus e madre sarta), in una casa popolare di tre stanze in un quartiere popolarissimo, il musulmano che espugna Londra, da sempre roccaforte dei conservatori, può sembrare una favola bella in tempi di muri e botte alle frontiere, e forse lo è. Avvocato per i diritti civili nei guai per la difesa di correligionari in odore di terrorismo, Khan vince promettendo più benessere e sicurezza per tutti, a dispetto del rivale Goldsmith che lo accusava di connivenza con gli estremisti islamici. Là dove l’uno puntava sulla paura del diverso, l’altro fa della diversità la propria forza e una chance collettiva, perché l’esausto Occidente possa ripartire da una delle sue metropoli più cosmopolite e in crisi d’identità e benessere.

Moriremo tutti musulmani? Forse
Viene in mente Michel Houellebecq e la sua Sottomissione. L’ultimo romanzo dello scrittore francese dove si preconizza la sottomissione dell’Occidente all’Islam che lo conquista rodendolo dall’interno, e buonanotte al secchio per l’Europa cristiana e la sua cultura. Moriremo tutti musulmani, come preconizza Houellebecq, e Khan è la pietra d’angolo di questa nuova conquista senza bombe o scimitarre? Forse. Ma la sottomissione ventilata dallo scrittore nativo di Réunion – tacciato d’islamofobia e riparato in Spagna – si basa sull’idea, semplice e paradossale a un tempo, che in tempi di crisi come questi l’unica felicità possibile sia darsi (sottomettersi, appunto) senza riserve a qualcuno che ci tolga, con ogni bisogno, pure il fardello del pensiero. Un gran fratello d’Islam. La vittoria di Khan il musulmano, la sua favola di cui è impossibile predire il lieto fine, dimostra che un altro esito è possibile.

 

MAURIZIO ZUCCARI
giornalista e scrittore

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