L'omertà? Grave malattia

  • Maurizio Baruffaldi

L’Italia è una repubblica democratica fondata sull’omertà. A differenza del lavoro, al quale ci limitiamo a dedicare una passerella di cantanti, l'omerta non manca mai. Lei sì, che si tramanda di generazione in generazione. Quello che è successo al Parco verde di Caivano non è solo un frammento dell’orrore: è la cultura sulla quale è radicata buona parte di questo paese. Gli adulti. Gli adulti di questa puntata dell’incredibile hanno protetto l’essere immondo, e si sono protetti.
Fa male, quasi un dolore fisico leggere le intercettazioni, nelle quali si ordina alle piccole di non dire nulla alle “guardie”; anche se quel nulla è qualcosa di “raccapricciante”, aggettivo usato da chi ha raccolto le testimonianze delle amichette di Fortuna. Le quali dopo quasi due anni lontane da quel luogo di putridi silenzi sono riuscite a liberare cuore e testa per raccontare. E svelare altro del recente passato: l’accettazione, la “normalità” degli abusi indicibili. L’orco esiste: sono le fiabe a non esistere più.
Tutti sapevano. “Poi passa...”, questa la filosofia che reggeva. Uno si chiede: ma come è possibile alzarsi, camminare, mangiare, parlare, ridere, coricarsi, sapendo quello che sai? Gli omertosi sono colpevoli alla pari di quell’innominabile. E lo siamo un po’ anche noi tutti, che magari abbiamo annuito, in leggerezza, di fronte alla frase: “Fatti i cazzi tuoi che campi cent’anni!” Non è vivere. I cento giorni da pecora non valgono quello del leone. Noi che abbiamo annuito di fronte alla solennità mafiosa del detto: “La meglio parola è quella che non si dice”. No. La meglio parola è quella che si ha il dovere di dire. Forte e chiara. O disegnarla, se fa troppa paura il suono. Lo dobbiamo a quelle bambine.

 

MAURIZIO BARUFFALDI
giornalista e scrittore

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