Sulla grandezza di Johan Crujff

  • Il commento di Maurizio Baruffaldi

Non c'erano ancora i nomi sulle maglie. E i numeri in campo andavano dall'1 all'11. Ma se scendevi in cortile con un 14 sulla schiena potevi essere solo Johan Crujff. Ioancraif. Mi riempivo la bocca del suo nome. Che aveva una gamba più corta dell'altra, eppure era il più grande calciatore di pelle bianca di tutti i tempi: per me era un segnale divino. L'handicap sublime. Avevo l'ambizione di riconoscere quell'impercettibile sincopatia della sua corsa sospesa e fluida. Lo guardavo cercando stupidamente di capire se fosse per quello che arrivava sempre prima sulla palla. O fosse già lì, quando la palla arrivava. Ce l'ho in testa: che parte in dribbling in mezzo a tre uomini, la palla che sembra persa, invece la sposta appena e abbastanza, e poi vola via. Sempre in anticipo, di gambe e di testa. Con quel tocco d'esterno, un battito d'ala che non ho più visto usare. E quel saltello, piccola esultanza dopo un gol immenso. Non è esistito nessun altro calciatore che abbia occupato completamente il mio cuore a forma di rettangolo. Così come lui occupava lo spazio con il suo radar interiore.

Per questo il mai abbastanza rimpianto Sandro Ciotti girò un film documentario su di lui: 'Il profeta del gol'. Musiche di Bruno Martino (altro gigante nostrano da ricordare). E se il calcio di Crujff ha anticipato quello più grande visto finora, del Barcellona, i documentari sportivi devono tutto a quello di Sandro Ciotti. Era il 1976. Se dovessi racchiudere quegli anni in un'immagine dimenticherei costume e politica per consegnarli all'istantanea della squadra di capelloni olandese. Umiltà ed eleganza. Allenamento feroce e disinvoltura. Mai campioni del Mondo, eppure campioni assoluti. Intorno al profeta di Eupalla.

Oggi abbiamo fuoriclasse indiscutibili, i nomi li sapete. Ma molti sono calciatori copertina, potenziale da sfruttare; si esaltano da soli. Quelli come Crujff (Pelè, Platini, Maradona: stop) trasformano la squadra. Non parlo di magia. Parlo di far sentire i compagni più forti di quello che sono. Portarli a dare il meglio che hanno, e che non sapevano nemmeno di avere. Ad essere parte di un'opera, che va in scena per celebrare la grandezza di uno sport. Mi accendo una sigaretta per lui. E nella boccata scrivo Grazie.

MAURIZIO BARUFFALDI

 

 

 

 

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