Concorso a cattedre? Umiliante

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SCUOLA Mi avessero detto, vent’anni fa, di partecipare al concorso per docenti avrei accettato con entusiasmo e speranza. Oggi, in prossimità dell’imminente concorso a cattedra bandito a marzo dal Miur, mi sento frustrata, svilita e presa in giro. Ecco il perché. Anzi, i perché.
Perché ho cominciato a fare le prime supplenze nella scuola primaria nel 1995, mentre concludevo il ciclo di studi al Conservatorio. Perché dal 1997 ho iniziato a presentare proposte di progetti musicali e di propedeutica musicale nelle scuole dell’infanzia e primaria, accettati da molti istituti scolastici. Perché ho accettato il mio primo incarico annuale in una scuola primaria paritaria, dove sono rimasta per sei anni. Perché ho accettato le mie prime supplenze nelle scuole secondarie di I grado, fino al 30 giugno, sia sulla materia che sul sostegno. Perché per timore di arrecare danno agli alunni diversamente abili, non avendo la specializzazione in sostegno, ho frequentato corsi specifici a seconda del caso che mi si presentava, pagando di mia tasca tutti gli esperti ai quali chiedevo consigli. Perché conosco alcuni neoassunti, che facevano tutt’altro lavoro, e che scambiano un PDP per una Programmazione Di Partenza e un BES per Buona Educazione Scolastica. Perché questo governo ha umiliato e continua ad umiliare quei precari che mandano avanti la scuola, che hanno gli stessi doveri dei colleghi di ruolo ma non hanno ricevuto il bonus dei 500€ e non potranno ambire, qualora lo volessero, ad essere premiati perché la “meritocrazia” è concessa ai soli assunti in ruolo. Perché questo concorso è rivolto soprattutto a insegnanti che già lavorano a tempo pieno e non riescono a trovare il tempo per potersi dedicare allo studio specifico da concorso. Vent’anni sono tanti. In vent’anni uno fa un figlio, lo cresce. Continua a lavorare con le regole che lo Stato decide. Poi arrivano i giovani, gli smart al governo, e cancellano ogni sudato passo della tua vita.
Malgrado tutto, continuo a ricordare a mio figlio l’importanza dello studio, della scuola. Non per trovare lavoro, ma per essere in grado, nella vita, di riuscire a distinguere il bello dal brutto, il bene dal male, il giusto dall’ingiusto. Così che possa diventare un uomo libero e pensante.

IRENE STURABOTTI

 

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