Più occupati gli extra Ue degli italiani

  • Massimo Blasoni

I Paesi europei in cui i cittadini stranieri sono occupati più e meglio dei cittadini nazionali si contano sulle punte delle dita di una mano. L’Italia è uno tra questi. Analizzando gli ultimi dati Eurostat disponibili, quelli del 2014, si scopre infatti che il tasso di occupazione dei cittadini italiani nel nostro Paese è del 55,4%, quasi dieci punti percentuali in meno della media Ue (65,2%). In Europa, solo Grecia e Croazia hanno un mercato del lavoro meno efficiente del nostro.
Se però si prende in considerazione la percentuale di occupati tra i lavoratori extra-Ue residenti in Italia, la posizione in classifica del nostro Paese vola invece verso l’alto. Il nostro 56,7%, infatti, è sopra sia alla media Ue (53,2%) sia alla media dell’area euro (52,1%). E ancora: il tasso d’occupazione dei lavoratori di cittadinanza italiana risulta inferiore dell’1,3% rispetto a quello dei lavoratori extracomunitari. Una differenza che sale addirittura al 7,2% quando si prendono in esame i lavoratori stranieri provenienti da un altro Paese europeo. Si tratta di un dato in netta controtendenza rispetto a quanto avviene abitualmente negli altri Paesi e soprattutto nelle altre economie avanzate del continente. Tanto che in Europa solo Repubblica Ceca, Lituania, Ungheria e Cipro hanno come noi tassi di occupazione più bassi tra i propri connazionali rispetto a quelli fatti registrare tra i lavoratori extracomunitari.

Bando comunque alla facile demagogia: ad allarmarci deve essere soprattutto l'esigua percentuale di italiani che lavorano. Una grande potenza industriale non può avere numeri di questo livello. Che il tasso d’occupazione dei residenti extracomunitari sia addirittura superiore a quello dei nostri connazionali è comunque un'anomalia che, almeno in parte, dipende dalla disponibilità di questi lavoratori ad accettare impieghi che ormai ci rifiutiamo di prendere in considerazione. Ma questo non spiega tutto. Il nostro mercato del lavoro sconta un disallineamento strutturale tra offerta formativa e fabbisogni occupazionali delle aziende. E i nostri giovani sono costretti a percorsi di studio che li portano a entrare tardi e male nel mercato del lavoro, rimanendo inoccupati per lunghi periodi di tempo.

MASSIMO BLASONI
Imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro

 

 

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