Il Giorno del ricordo e le dissonanze

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ROMA Qualche giorno fa, su Orizzonte Scuola, ho letto un articolo intitolato “Giorno del ricordo: come spiegarlo in classe”. L’articolo riprende l’invito del Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei Diritti umani a leggere nelle scuole italiane, il prossimo 10 febbraio, l’incipit della legge che ricorda le vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata.

L’iniziativa, ovviamente, è meritoria e si inserisce nel quadro del riordino della memoria storica e del doveroso aggiornamento storiografico (anche manualistico) su vicende «per troppo tempo ignorate».

Proseguendo nella lettura, tuttavia, mi sono imbattuto in affermazioni che mi sono sembrate un po’ dissonanti rispetto al titolo scelto per l’articolo. Ben consapevole della scivolosità della tematica e a rischio di suscitare le solite e anacronistiche reazioni ideologiche (frutto di quella stessa ideologia che, da una parte e dall’altra, ha avvolto e sepolto per decenni quei crimini nel dimenticatoio della storia), vorrei provare a spiegare il perché di quella dissonanza.

Nel penultimo capoverso dell’articolo si incontrano espressioni come «vile», «odioso», «aguzzini», «follia vendicativa», un linguaggio francamente inadatto, a mio modo di vedere, ad un contesto scolastico.

Il compito primario di chi insegna, anche e soprattutto in occasione di ricorrenze così sentite, dovrebbe essere quello di spiegare i fatti storici, documenti alla mano, senza condire la spiegazione con termini che possono, specialmente in ragazze e ragazzi molto giovani, produrre reazioni emotive.

Non dunque - sia chiaro - perché i crimini ricordati il 10 febbraio non possano essere definiti vili e odiosi, né perché chi li ha ordinati e compiuti non sia stato, in molti casi, un aguzzino che ha agito in preda ad una ferocia vendicativa (sull’uso del termine «follia» in riferimento a tragedie così drammatiche e deliberate, invece, suggerirei sempre maggiore prudenza).

Descrivere in quel modo le atrocità subite da chi fu gettato ancora vivo nelle cavità carsiche o fu costretto - e parliamo di centinaia di migliaia di esseri umani - a lasciare dall’oggi al domani la propria casa e la propria terra (a prescindere da chi e da quando le aveva rese tali) è persino riduttivo, ed è proprio per evitare che si dimentichi o si minimizzi ciò che è accaduto, che quel giorno saremo tutti chiamati a ricordare quelle sofferenze e, possibilmente, a farne tesoro.

L’esercizio della memoria storica, tuttavia, specialmente a scuola, richiede un approccio critico, privo di emotività, per garantire in chi ascolta un apprendimento corretto tanto nei contenuti quanto nella forma che li veicola.

La vera sapienza didattica risiede nel far parlare i fatti, in modo che emerga la “verità effettuale”, senza aggiungere elementi che parlino al posto loro; ed è probabilmente per questo che il Legislatore - pur sospinto da forze politiche non immuni, dieci anni fa, da un senso di rivalsa - ebbe cura di non inserire quelle espressioni nel testo di legge di cui si chiede la lettura.

Preso da tali dissonanze, venerdì mattina ho letto quell’articolo nelle classi dell’istituto in cui insegno. L’ho letto ad alunni che so, in parte, essere “di destra” (alunni che, come tutti, per me sono solo alunni; ragion per cui ho la pretesa di sperare che anch’io, per loro, sono solo un insegnante). L’ho fatto per chiedere il loro parere in vista di un articolo che avevo in animo di scrivere, senza aggiungere altro.

Dopo la lettura, ho fatto questa domanda: “vi è mai capitato di incontrare quelle espressioni nelle pagine del manuale di storia?”, e tutti hanno risposto di no; al che ho chiesto: “secondo voi perché?”, e la maggior parte di loro, o meglio la maggior parte di chi è intervenuto o ha fatto cenni eloquenti, ha detto che li ritiene inopportuni, specialmente per spiegare vicende così drammatiche. Qualcuno ha persino argomentato la propria contrarietà (con mia viva sorpresa) parlando di “oggettività storica” e dicendo che se si usano degli aggettivi per raccontare le tragedie della storia, si deve poi spiegare perché per l’una li si è usati e per l’altra no, o perché si è scelto un aggettivo anziché un altro.

Mi piace ricordare, fra le tante risposte, quella di due alunni (due di quelli che si è soliti definire “brillanti”) per i quali, invece, l’uso di quelle espressioni non è del tutto inopportuno, perché potrebbe consentire una comprensione più profonda dei crimini commessi e delle sofferenze patite dalle vittime.

Li ringrazio, perché hanno avuto il coraggio di star fuori dal coro, un coro la cui voce dominante, vuoi o non vuoi, era la mia; e perché, con la loro dissonanza rispetto al mio modo di vedere, mi hanno aiutato a capire che la verità storica necessita sì di un approccio critico, ma ha bisogno anche di armonizzazioni, senza le quali il lavoro in classe rischia di tradursi in una pericolosa cacofonia. Pericolosa soprattutto per la comprensione di ciò che, al di là dei singoli termini e delle singole note, saremo tenuti a ricordare il prossimo 10 febbraio.

GIULIO IRACI

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