Cristina, l'ultima india a parlare la lingua yagan

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VILLA UKIKA Cristina Calderon,(nella foto di Paola Rizzi) l’abuela (nonna) Cristina come la chiamano tutti, 88 anni, ci accoglie nella sua casetta a villa Ukika. Accanto alla poltrona la lana da filare e gli oggetti artigianali che produce per i turisti, una delle attività principali della piccola comunità yagan: cestini di giunco, berretti, calze e sciarpe di lana. Alle pareti le foto dei parenti, anche la sorella maggiore Ursula, una delle maggiori depositarie della cultura yagan, morta nel 2006.
 Cristina ha un primato, è l’ultima a parlare la lingua della sua gente, 70 persone in tutto. Ma è sempre più difficile: «Finché era viva mia sorella parlavo con lei. Ora da sola, è più difficile ricordare». E i figli e i nipoti non l’aiutano: «Nessuno parla più lo yagan. Abbiamo organizzato una scuola per un po’ di tempo. Ma la verità è che i giovani non sono interessati. Non imparano, solo qualche parola. La mia nipotina per esempio qualcosa sa». Entra una ragazzina sui dieci anni e la nonna la interroga: come si dice mamma, come si dice nonna. Esitante la bambina risponde: kuluána, nonna.
Lo yagan ha un suono melodioso, ed è, era, una lingua molto ricca. Un dizionario realizzato alla fine dell’800 da un missionario inglese ha raccolto 30 mila vocaboli che raccontavano ogni sfumatura di una vita estrema in stretta relazione con la natura.
  Dalla memoria collettiva sono spariti anche i canti tradizionali che accompagnavano riti ormai non più praticati. «Mia sorella li conosceva,  li cantavamo insieme, ma ora da sola non ne sono più capace». 
PAOLA RIZZI
@paolarizzimanca