Noi insegnanti italiani nascosti dietro una cattedra

  • Scuola/professori

Finite le vacanze degli alunni, riprende per gli insegnanti la normale routine scolastica: lezioni, verifiche, riunioni. Certo, parlare ancora di scuola in questo primo scorcio di 2016 è complicato, un po' perché, quando si parla di noi, si discute, in fondo, di regole e strumenti – tablet sì, quaderno no, assunzioni sì, graduatorie no - , un po' perché il mondo fuori dalle classi si muove molto più rapidamente di chi lo guarda dalla cattedra. Parliamo sempre del come si fa scuola, mai del cosa si fa e del perché; l’impressione è che i processi siano diventati più importanti dei contenuti.

L'idea, neanche troppo nascosta, è che, dato un contenuto, l'applicazione metodica di un protocollo lo trasmetterà indiscutibilmente ai discenti: peccato che l'utopia deterministica si scontri con la realtà e che la scuola non funzioni così. Ma se questo appiattirsi è comprensibile nei non addetti ai lavori, diventa patologico negli insegnanti: la mia accusa è manifesta, noi insegnanti italiani abbiamo da tempo rinunciato al ruolo di intellettuali, nascosti dietro una cattedra temiamo l'impegno nella società civile, nella ricerca, nella diatriba. Perché non si è levata la nostra voce contro l'assurda iniziativa della Lega in Lombardia, che viola la libertà d'insegnamento sui temi dell'identità sessuale, istigando alla delazione? Dove sono le voci dei docenti da social sui temi dei diritti? Come difendono e patrocinano il bello, il giusto, l'utile, nella società, nella vita di ogni giorno, di fronte agli orrori del presente? Temiamo la politica, nel senso alto del termine, immemori, con Keats, che “bellezza è verità, verità bellezza”.

 

SEBASTIANO CUFFARI