Gli insegnanti e la beffa della tredicesima di un euro

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Una tredicesima di 1 euro - esattamente quella che i precari della scuola hanno ricevuto in questi giorni natalizi in busta paga -, con uno stipendio che arriva, nel migliore dei casi, a 1300 euro mensili, appare come l’ennesima, inaccettabile presa in giro a una categoria di seri professionisti che ogni anno affronta il terno al lotto della supplenza annuale con speranza, disponibilità e competenza. Non sono neolaureati né giovanotti di primo pelo: la maggior parte di loro ha già una famiglia e tanta, troppa, esperienza di precariato alle spalle. Ogni anno nuove scuole, nuove classi, per una frazione di anno o per tutto l’anno scolastico.

Ogni anno ristabilire la fiducia con i ragazzi, cercare di conoscerli in un tempo breve e fuggitivo, combattere contro la frustrazione quando torna il collega di ruolo. Molti attendono la tredicesima per pagare i debiti, anche perché il MIUR non eroga il loro stipendio da settembre. Eppure i precari entrano in classe ogni giorno, spiegano, interrogano, comunicano e correggono come i docenti in ruolo. Come spiega il MIUR questa inadempienza? Con “una notevole mancanza di risorse e l’inefficienza del sistema informatico”, si sente ripetere in giro. Così il personale della segreteria non è in grado di lavorare e di evadere le ‘pratiche’, ovvero la vita quotidiana di circa trentamila persone e delle loro famiglie.

Ma questa non doveva essere la stagione delle assunzioni? L’età dell’oro della scuola annunciata dalla ridente riforma? Per il momento si preparano ricorsi e petizioni e, come al solito, a pagare saranno i lavoratori e gli studenti.

Barbara Gizzi, insegnante (Associazione Gessetti Rotti)

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