Sesto, quando le donne rimasero senza uomini

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INTERVISTA Storie di mamme, mogli, figli, fratelli e sorelle. Storie che sono l’altra faccia della medaglia della deportazione, di quegli uomini strappati di notte o di giorno dalle famiglie o arrestati in fabbrica, di loro non si sapeva più nulla, si diceva “li manderanno a lavorare in Germania”. Sono quelle  raccontate da Giuseppe Valota, figlio di un deportato morto a Mauthausen, nel volume “Dalla fabbrica al lager” (Mimesis, p. 440, euro 29), uno dei 12 testi promossi dall’Aned (Associazione Nazionale ex Deportati) che saranno presentati il 29 novembre nella decima edizione di “Memoria Familiare: figli e nipoti raccontano”, (alla Casa della Memoria di Milano, via Confalonieri 14, dalle 10,30 alle 17).
 Nel libro Valota racconta di Sesto San Giovanni, città medaglia d’Oro della Resistenza che ha avuto 570 deportati politici, di cui 233 mai più tornati, attraverso decine di toccanti testimonianze di familiari, quasi tutte donne.
(Nella foto Operaie al lavoro alla Marelli di Sesto San Giovanni, prima della seconda guerra mondiale, Archivio Fondazione Isec - Sesto San Giovanni)

A Sesto dopo gli scioperi nelle fabbriche vi furono grandissimi rastrellamenti. Che conseguenze hanno avuto sulla popolazione?
Terribili. Molte famiglie sono rimaste senza sostentamento. Famiglie e con bambini ancora piccoli, l’età media dei deportati era di 33 anni.

Che cosa ci insegnano queste testimonianze?
Parole e comportamenti oggi piuttosto rari: la solidarietà, il soccorso verso i colpiti da parte degli altri lavoratori, compagni di reparto o di vicinato. E anche l’estrema dignità delle donne che non si sono mai lamentate e hanno affrontato da sole tempi durissimi.

Cosa ha provato nel raccoglierle?
 La prima persona che ho intervistato è stata mia madre e da lì ho capito che dovevo intervistarne tante altre per raccogliere innanzitutto nomi e situazioni ma anche per fornire uno spaccato di quello che oggi potremmo chiamare “Resistenza civile”.

Quale ritratto della classe operaia emerge?
Pochi erano quelli che avevano studiato o che avessero fatto attività clandestina, prima della guerra e dell’8 settembre 1943. I lavoratori avevano conosciuto sulla loro pelle il dramma della guerra, i bombardamenti, il tallone dei tedeschi che li opprimeva. Da qui gli scioperi, non solo economici ma anche “politici. 
ANTONELLA FIORI @aflowerinlife

 

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