Le occupazioni specchio dell'Italia

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Puntuale come la stagione delle castagne, anche quest’anno parte lo stanco rituale, vecchio di mezzo secolo, delle occupazioni studentesche con annesso blocco delle lezioni. E così, anche quest’anno, andranno in fumo un migliaio di ore di lezione in ogni istituto. Il tutto nell’indifferenza benevola dell’opinione pubblica, dei politici, spesso di buona parte delle famiglie stesse degli studenti occupanti: dimostrazione di quanto poco conti, fuori delle aule, la qualità dell’istruzione.
Non che manchino le ragioni per la protesta, sia chiaro (basta leggere questa rubrica). Ma se condivisibili sono le ragioni, inaccettabile è la forma della protesta. Lasciamo da parte il fatto che il blocco delle lezioni, con l’interruzione di un servizio pubblico, costituisce un atto illegale, che si aggiunge alla mole di illegalità in cui la società italiana affonda e contro cui, invece, dovremmo lottare. Desueto? Ma la scuola deve essere splendidamente inattuale.  
Il punto centrale è che bloccare le lezioni contraddice, ovvio, il fine di difendere la scuola. Il che è vieppiù inaccettabile in quanto anche a chi non condivide tale forma di protesta viene imposto, con reale prevaricazione, di rinunciare a godere di un diritto costituzionale: quello all’istruzione. Non si tratta dunque di «esperienze di grande partecipazione democratica», come dichiarò un anno fa il neosottosegretario Faraone. Piuttosto, anche per come sono ‘pseudo-votate’, si tratta spesso di occasioni in cui una minoranza di studenti assapora il gusto della leadership e si gode l’ebbrezza di un potere senza responsabilità (sotto l’occhio sornione di adulti indulgenti perché indifferenti): insomma, «contesti in cui si seleziona la classe dirigente», come disse proprio Faraone (riferendosi anche a sé stesso!). Vale a dire: la futura classe dirigente ‘si seleziona’ anche attraverso l’esercizio dell’illegalità e della prevaricazione, nonché del pressapochismo, che quasi sempre caratterizza tali eventi. Forse le occupazioni scolastiche restituiscono un’immagine in piccolo della società italiana: e non è una bella immagine. GIANFRANCO MOSCONI

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