Le stragi di Da'Esh

  • Claudio Lo Jacono

Le “Stragi di Parigi” hanno ancora una volta dimostrato l’elevata capacità militare dei terroristi e forse impresso una salutare scossa alle autorità occidentali, destando probabilmente USA, Regno Unito, Francia e Russia (ma anche l’araba Giordania) dalla loro torpida illusione che contro Da‘esh fossero sufficienti droni e bombardamenti aerei, senza dover impiegare truppe di terra, uniche in grado d’infliggere una definitiva disfatta all’organizzazione criminale del preteso “califfo” Abu Bakr al-Baghdadi e alla sua “guerra asimmetri-ca”. Finalità strategica del terrorismo fondamentalista di matrice islamica è quella di conseguire i propri obiettivi, costi quel che costi, ispirando il massimo panico nei “nemici apostati, crociati e giudaici”, per indurli a mutare radicalmente il loro modo di vivere e di sentire, a metter fine al loro prevaricatore strapotere economico, culturale, politico e militare sul resto del mondo, concepito come servile mercato da sfruttare a livello globale.
Il gihadismo (nuovo credo, legato al fondamentalismo islamico ma, al contrario di questo, fuoriuscito dall'alveo dell'Islàm) ha come principale fine quello di accreditarsi come “puro e autentico Islàm”, grazie a una pre-suntuosa e del tutto stralunata interpretazione dei dati del Corano e della Tradizione profetica (Sunna), che smantella senza alcuna remora la tradizionale linea interpretativa che si è dipanata e continuamente riaffermata lungo 1430 anni di storia.

Il motivo addotto è la condanna della sua inettitudine a contrastare le sfide di una modernità che ha sostanziose (ma non uniche) basi nel pensiero occidentale e che ha soggiogato il mondo musulmano grazie alla sostanziale complicità dell’Islàm tradizionale. Islàm, questo, che non ha senso aggettivare come “moderato”, visto che quanti si oppongono al gihadismo militante ‒ dal Grande Imam di al-Azhar, Ahmad Muhammad Ahmad al-Tayyib, all’Imam siriano in esilio, Muhammad Abu l-Huda al-Ya‘qubi ‒ rappresentano non meno del 95% dei fedeli. Che non è poco, se pensiamo al miliardo e 200.000 di musulmani nel mondo, ma che non è neanche tranquillizzante se pensiamo che i simpatizzanti del fondamentalismo islamico (brodo di cultura del meno diffuso gihadismo) sono pur sempre 60.000 milioni...

Malgrado le fibrillazioni di una parte dei politici europei, ben lieti di poter riaffermare la loro becera xenofobia e il loro insolente antislamismo, eloquente è la presenza di due francesi tra i terroristi e, per contro, l’eroico comportamento del cameriere musulmano Safer, che ha salvato la vita di due donne ferite, traspor-tandole nella cantina del suo locale. Non meno significativa l’intervista rilasciata a Parigi, subito dopo le stragi, da Sylvestre, un giovane francese originario della Guyana (Dipartimento d’Oltremare in cui convivo-no pacificamente cattolici, protestanti, Testimoni di Geova, ebrei e musulmani), che mostrava turbato il suo inservibile smartphone, cui doveva la vita per aver deviato una scheggia, mentre lo teneva poggiato all’orec-chio, nei pressi dello Stade de France.

Un giovane, come tanti altri suoi coetanei e connazionali, cristiani, ebrei, agnostici o atei che affolla-vano il Bataclan per il concerto degli Eagles of Death Metal: un locale bollato dall’intollerabile moralismo di Da‘esh come ricettacolo di vizio, indegno di un vero credente. Giovani come quei tifosi dei Bleus che affron-tavano la Germania in un incontro amichevole a Saint-Denis, uno dei sette luoghi prescelti dagli aspiranti màrtiri criminali di Da‘esh per volare magari in braccio alle vergini che una credenza leggendaria vuole sia-no loro riservate in Paradiso, mentre i musulmani francesi tifavano per l’équipe nationale e per alcuni gioca-tori loro correligionari, come Mamadou Sakho, Moussa Sissoko o Bakari Sagna. Giovani che amano la musica come tanti loro coetanei, compagni di scuola, di lavoro. Cristiani, ebrei, agnostici o atei, che devono difendersi, al pari nostro, dagli affi-lati artigli e dalle zanne di animali rabbiosi e senza alcuna umanità.

CLAUDIO LO JACONO

direttore della rivista Oriente Moderno

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