Quella via crucis delle supplenze

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SCUOLA Le supplenze sono la via crucis della scuola italiana. Lo sanno bene le migliaia di docenti che ogni anno, croce in spalla, si recano negli istituti per mendicare un contratto a tempo determinato. Vanno alle convocazioni, cerimonie ministeriali con prèsuli, chierichetti, fedeli, stipati nella sagrestia scolastica a recitare la litanìa delle supplenze: al 31 agosto, al 30 giugno, alla fine delle lezioni, fino all’avente diritto, al rientro del titolare, di pochi giorni, e via supplicando. Molti incarichi provengono dall’Ufficio Scolastico Regionale, che i docenti, forse affidandosi allo Spirito Santo, continuano a chiamare Provveditorato.
E gli alunni? Nella liturgia delle supplenze c’è un rito pure per loro. Stanno in classe, messalino sul banco, aspettando che qualcuno li interroghi, e li assolva. Imparano la discontinuità, e in attesa del messìa, vengono spostati da un’aula all’altra come lumini sui candelieri. Se qualche fiammella si spegne anzitempo, amen: le vie del Ministero, si sa, sono infinite. Anche quest’anno, insomma, molti docenti sono entrati in classe a fine ottobre, e molti lo faranno a novembre, a dicembre. E dire che Stefania Giannini aveva garantito urbi et orbi che le cattedre sarebbero state coperte entro l’avvio delle lezioni. Anatema? No, peccato venial: 2 ave Maria(stella) e la Ministra, a fine anno, potrà dire ad alunni e docenti: la supplenza è finita, andate in pace.

GIULIO IRACI

 

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