Ammaniti racconta un mondo senza adulti

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INTERVISTA “Volevo che Anna fosse coraggiosa non perché qualcuno le insegna il coraggio: volevo che fosse coraggiosa perché nasce così”. Coraggiose si nasce. Anna, la tredicenne protagonista del nuovo romanzo di Niccolò Ammaniti, “Anna” (Einaudi, euro 19 p. 284) ambientato in una specie di the day after dove non si vive oltre i 14 anni, deve occuparsi del fratello più piccolo che la madre le ha affidato. Lasciandole in eredità un quaderno delle cose importanti per sapere come cavarsela in un mondo in agonia. Dove lei cercherà di trovare, senza mai arrendersi, l’antidoto al suo destino.

Niccolò, chi è Anna?
Il percorso di Anna riassume il percorso che fanno tutte le donne. La prima cosa che fa è quella di proteggere il fratellino. È il compito che le ha lasciato la madre prima di morire e lei diventa lentamente madre di questo fratello. È una cosa molto femminile la protezione.

Come fa a vivere sapendo di essere condannata a morte?
Pietro, il suo ragazzo, a un certo punto le dice: non importa quanto dura la vita. I cani vivono pienamente la loro vita anche se vivono al massimo 14 anni. C’è una ruvida concezione dell’esistenza alla base di questo.

Lei ha fatto altri libri con protagonisti molti bambini e ragazzini. Qual è la differenza con Anna?
In questi romanzi i ragazzini erano condizionati dai genitori, da un destino che li avrebbe trasformati in adulti simili a loro. Chi più chi meno, per violenza o anche per accettazione. Anna invece vive in un mondo senza adulti. È totalmente libera di inventarsi la vita.

Perché in questo contesto apocalittico una protagonista donna?
Perché le donne sanno superare meglio degli uomini certe paure. Pensiamo alle madri degli immigrati che danno tutto quello che hanno ai figli in Afghanistan e in Siria. Dicono: vai, vai in un altro posto. Sono disposte a non sapere più niente del figlio. E questi figli partono, e quello delle madri non è un abbandono: è capire che per il loro bene devono aiutarli ad andare.

Quando il libro si chiude, con il ritrovamento delle scarpe che forse danno la speranza di non morire, Anna dice al fratello: “non importa”.
Perché la salvezza non è  trovare l’antidoto, ma  rimanere insieme.  
ANTONELLA FIORI
@aflowerinlife

 

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