Jobs Act, le virtù e i molti limiti

  • Massimo Blasoni

Anche grazie al Jobs Act, nell’ultimo anno l’efficienza nel nostro mercato del lavoro ha guadagnato 10 posizioni a livello internazionale. Attenti però a festeggiare. Nell’ultima classifica pubblicata dal World Economic Forum restiamo ancora una volta ultimi in Europa e ci collochiamo al 126esimo posto su 140 Stati censiti nel mondo: subito dopo il Marocco, El Salvador e l’Isola di Capo Verde e a un livello leggermente superiore a quelli di Turchia, Uruguay e Bolivia. Entrando nel dettaglio, risultiamo al 134esimo posto al mondo e terz’ultimi in Europa per flessibilità nella determinazione dei salari. Non c’è da stupirsene, visto che da noi continua a prevalere una contrattazione centralizzata a discapito di un modello che, viceversa, incentivi l’accordo tra impresa e lavoratore. E proprio in tema di retribuzioni restiamo il peggior Paese europeo (nonché 131esimo nel mondo) per capacità di legare lo stipendio all’effettiva produttività. Dati che vanno abbinati a quelli sugli effetti dell’alta tassazione sul lavoro: in Europa soltanto la Slovenia fa peggio di noi, sia per quanto riguarda l’effetto della pressione fiscale sull’incentivo al lavoro sia per l’efficienza nelle modalità di assunzione e licenziamento. Anche la qualità del personale impiegato mette in luce l’arretratezza del nostro Paese: siamo 119esimi nel mondo e ultimi in Europa per la capacità di affidare posizioni manageriali in base al merito.

I difetti del nostro mercato del lavoro possono essere risolti solo con politiche di medio-lungo periodo. Il Jobs Act ha invertito la tendenza all’irrigidimento delle regole determinato dalla riforma Fornero e la modifica di quelle per i nuovi assunti – una platea tutto sommato ristretta – ha già generato un positivo effetto sulla nostra competitività. Certo, con più coraggio si sarebbe potuto estendere la nuova disciplina anche ai contratti in essere e al pubblico impiego. Ora però è importante favorire l’innovazione anche sul versante della contrattazione e della produttività, incoraggiando contratti di prossimità e un maggior rapporto tra salari e produttività, anche e soprattutto attraverso regimi fiscali di favore nei confronti di accordi che premino risultati ed efficienza.

 

MASSIMO BLASONI
Imprenditore e presidente
Centro studi ImpresaLavoroente
 

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