I dubbi dei milanisti sul “manico” Mihajlovic

  • Matteo grandi

L'OPINIONE “Non allenerò mai il Milan”. Alla fine Mihajlovic ha mantenuto la promessa.  Basterebbe questo tweet di Fabrizio Biasin per descrivere alla perfezione la situazione grottesca e paradossale del Milan e del suo allenatore: Sinisa, il duro dal pugno di ferro, che da quando è sbarcato a Milanello sembra avere lo stesso carisma di Mariotto Segni e la medesima leadership di Pierluigi Bersani. Peccato che al Milan non ci siano giaguari da smacchiare (semmai Condor da spennare, ma questo è un altro discorso). Perché se è vero che Adriano Galliani è il primo artefice  di questa sciagura, è altrettanto vero che fra la squadra senza capo né coda costruita in estate nonostante un budget faraonico e l'agghiacciante Milan visto contro il Napoli (che regala ai rossoneri la quarta sconfitta su sette partite in campionato e la seconda peggior difesa della serie A dopo il Carpi con 13 gol subiti), esiste comunque una distanza siderale che rende incomprensibili simili prestazioni. Insomma, il Milan, al di là dei ridicoli proclami estivi, non è da primi posti (e di questo passo è più facile che in Europa ci arrivi un profugo partito a piedi dalla Siria piuttosto che la squadra di Mihajlovic), ma non è neppure quell'armata Brancaleone andata in scena contro il Napoli.
Per questo motivo, qualche domanda sul manico i tifosi iniziano a porsela. Mihajlovic continua a dire, per esempio, che il problema è nella testa dei giocatori, senza rendersi conto che se continui a schierare titolari Ely e Zapata (una coppia più comica di Ale e Franz) e Montolivo (uno in confronto al quale la wi-fi del Frecciarossa sembra la Yamaha di Valentino Rossi) il problema è soprattutto nei piedi. Poi resta il giallo dell'oggetto misterioso Berolacci, che magari non vale 20 milioni, ma che rispetto all'anno scorso ha avuto un'involuzione che neanche la discografia degli Zero Assoluto. Mentre Bacca, la vera perla del mercato estivo, si sta richiudendo, gara dopo gara, nell'ostrica dell'anonimato. Su questo deve lavorare l'allenatore. Magari archiviando il 4-3-1-2, che con questi interpreti è utile come un ombrello bucato e ricorrendo a un 4-4-2 che garantirebbe più equilibrio, più copertura e la possibilità di valorizzare al meglio alcuni giocatori. Se Sinisa queste cose non le vede è al di sotto del minimo sindacale. Roba da far sembrare Pippo Inzaghi Arrigo Sacchi. Ma, soprattutto, roba da non mangiare il panettone. E forse neanche la zucca di Halloween.

MATTEO GRANDI
Giornalista

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