E Mussolini ordinò: Ora non si gioca più

  • storia

ROMA Il 3 ottobre del 1942, 73 anni fa, il regime fascista metteva al bando i giocattoli. Con un decreto vistato da Mussolini e firmato dall’allora ministro per le Corporazioni, Renato Ricci, si prescriveva per i balocchi il divieto di fabbricazione (dal 25 ottobre 1942) e di vendita (dal 2 marzo 1943). Lo scarno testo del decreto non dava giustificazioni di un provvedimento così punitivo per i bambini italiani, già provati da lunghi mesi di privazioni e sofferenze.

"Cause di guerra"

Nelle premesse, però, si richiamavano le norme per il controllo della distribuzione e dei consumi che - «ritenuto lo stato di necessità per causa di guerra» e «per assicurare i rifornimenti delle Forze armate e della popolazione» - davano facoltà al ministero di gestire le merci con requisizioni, ripartizioni delle materie prime e razionamenti. Per chi violava il divieto di fabbricare o vendere giocattoli la pena prevista era severa: arresto fino a 3 anni e ammenda sino a 80 mila lire.

Misteriosa proibizione

La proibizione dei balocchi assume però i contorni di un mistero. È difficile credere, infatti, che il divieto servisse a recuperare sostanziose quantità di materie prime utili allo sforzo bellico o alla popolazione. Tanto che alcune ditte che producevano giocattoli in legno riconvertirono la loro produzione in arredi scolastici senza interrompere l’uso del materiale.

Bambole autarchiche

Negli anni della sbandierata autarchia economica il regime aveva fermato i giocattoli inglesi e americani, importandoli solo dalla Germania e dando impulso ad una fiorente industria nazionale (fra i marchi più famosi: Braglia, Ingap e Lenci). Il tutto facendo ricorso alla creatività italica, all’uso di materiali di scarto e alternativi a quelli rari e costosi - dunque alluminio e resina al posto di latta e plastica - e “celebrando” i balocchi nei grandi eventi della Befana fascista (poi Befana del Duce) e della Giornata del giocattolo italiano. Viene allora da chiedersi cosa spinse davvero a quel decreto che mise fine al divertimento dei bambini e ad uno dei veicoli più efficaci della propaganda di regime.

Altri curiosi divieti fascisti

L’autarchia, il volgere al peggio della guerra e la necessità di accantonamenti e razionamenti spinsero il regime fascista ad un crescendo di divieti sempre più paradossali.

Panna. L’8 gennaio 1941 scatta la proibizione di produrre, commerciare e consumare panna montata e mascarponi, per «garantire in pieno alle popolazioni il rifornimento del latte e del burro per il consumo diretto». Dal marzo 1941 divieto di vendita per panettoni, pasticceria fresca e gelati. Un decreto del 6 dicembre 1942 mette poi al bando «la fabbricazione e vendita della pasticceria e dei prodotti dolciari in genere».

Birra. Particolare il divieto di vendita della birra, previsto con un decreto del 10 aprile 1943 (in vigore dal 16 aprile). La necessità di impedire la vendita della birra alla popolazione civile viene giustificata per «assicurare il contingente di prodotto occorrente ai bisogni delle Forze armate». Insomma, la birra è solo per i soldati.

Caramelle. Il 27 maggio 1943 un decreto impone il divieto di fabbricazione e vendita delle caramelle (dal primo giugno 1943) per «contenere ancora più rigidamente, nel settore dolciario, il consumo di alcune materie prime» (lo zucchero). Il divieto sarà abrogato il 25 agosto 1944, ma da mesi era stato “violato” dai soldati Alleati che lanciavano ai bambini dolciumi in quantità nelle città liberate dalla loro avanzata.

LORENZO GRASSI

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