Arriva Netflix Sarà una rivoluzione?

  • Maurizio Guandalini

Per chi ha una "linea veloce" il 22 ottobre parte Netflix, la tv senza pomeriggio, giochi preserali, telegiornale, prima serata. Per la prima volta la tv si avvicina a Youtube, un magazzino sterminato per un consumatore maturo. Mentre arriva la rivoluzione tv,  scorrendo le pagine dei giornali italiani, si  discute come cambiare la tv pubblica, la Rai, partendo dalla crisi dei talk show, ovvero, meglio la centesima replica di Rambo al pollaio, ha detto Renzi, forse, eccessivamente diretto contro una ‘casta’ che potrebbe coalizzarsi e fargliela pagare cara. E’ iniziata la stagione e i programmi di politica, con la vecchia formula della caciara continua, non funzionano. Non va il format del talk dei grandi numeri, passionale, sempre contro qualcosa, sempre all’opposizione di qualcuno.

Ora le forbici passano nelle mani dei nuovi  padroni della Rai. La mission  del neo amministratore Campo Dall’Orto e del premier (l’azionista di maggioranza della tv di Stato) è: cambiare i talk show. Troppo emozionali, troppe baruffe, troppa piazza, troppe urla. Come dargli torto? Dai talk del mattino a quelli della sera, fino ai talk dentro i contenitori è un mix di discussioni infinite, con quattro ospiti, sempre quelli, come i sopramobili, e chili&palate di qualunquismo a buon mercato contro i partiti, la politica, tutto che non va.  Nessuna censura, niente silenziatore alla critica. Ma la caciara che c’entra? Campo Dall’Orto, su Il Foglio, ha detto di prediligere l’intervista one-to-one: l’intervistatore e un ospite. Stile il programma di Fazio. E’ la soluzione migliore  se è limitata l’offerta dei talk, ormai insostenibile di fronte all’H24 di ‘parlato’ de la7, perché chi segue i talk  sono quel milione, milione e mezzo, due che, malati di ‘talkite’, smanettano da un canale all’altro.

La tv di Stato deve fare più cultura e deve recuperare i giovani?  Campo Dall’Orto partirà dallo schema di gioco. Arrigo Sacchi mette, però, sull’avviso l’ex capo di Mtv: attento che in Italia non trionfa il gioco di squadra ma l’egoismo. Filosofia a parte,  c’è da stare sul mercato e finché c’è l’abbinata canone/pubblicità la pecunia è preziosa. E si riversa sui gusti del pubblico. Evviva  youtube e domani Netflix,  ma lo zoccolo duro di chi vede la tv, quella dei grandi numeri, sono quelli avanti d’età che, in base alle indagini di mercato, sono coloro che spendono di più rispetto la fascia 18-30 anni. Se fossi in Dall’Orto strutturerei la Tv di Stato partendo dal record, negativo, del 47% di italiani "malati" di analfabetismo funzionale, quelli che usano facebook ma non sanno interpretare la realtà. 

MAURIZIO GUANDALINI, economista e giornalista

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