Una riforma della scuola senza strategia e obiettivi

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SCUOLA Entro il 2020, secondo quanto raccomandato dall’Ue, l’Italia dovrebbe raggiungere tre obiettivi: 1) Il 95% di 4-6enni deve aver frequentato la scuola dell’infanzia; 2) La percentuale di 15enni con livelli insufficienti in lettura, matematica e scienze deve essere inferiore al 15%; 3) Il tasso di abbandono scolastico tra i giovani 18-24enni non deve superare il 16%. Nel 2006 è stato raggiunto e superato il primo obiettivo, sebbene nel 2011 sia stato osservato un calo. Nel 2011 i 15enni con livelli insufficienti di lettura, matematica e scienze erano pari al 19,6%, 22,2% e 17,7%, in riduzione rispetto al 2006, lontani dai valori desiderati. Nel 2013 il tasso di abbandono era pari al 17%, a -1 dall’obiettivo nazionale, ma a -7 dall’obiettivo europeo.

Come si misura l'efficacia?

Detto questo, come misurare l’efficacia di una riforma scolastica? Come mostrano le esperienze in altri Paesi occidentali, occorre concentrarsi su quattro operazioni: fissare risultati educativi misurabili; elaborare piani, offrendo risorse e supporto; valutare l’impatto; analizzare gli esiti e inserire miglioramenti. Se si mette in relazione l’iter della Legge 107/2015 con questa impostazione, emergono due questioni. Primo: la legge, quali esiti educativi deve raggiungere? Secondo: le scuole, come potranno dare il loro meglio e al contempo assumere una responsabilità verso i risultati? Le riforme scolastiche vanno guardate con distacco e criticate nel merito. La loro validità dipende dai risultati educativi. Nella “Buona Scuola” si avverte la mancanza di una visione d’insieme, e non sono evidenti i traguardi in base ai quali valutarne l’efficacia.

MAURIZIO GENTILE

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