Quel cieco moralismo sull'assemblea al Colosseo

  • Maurizio Baruffaldi

Immaginare i turisti fuori ad aspettare l'apertura del Colosseo e una quarantina di persone dentro una stanza a fare una soporifera assemblea, fa venir voglia di far uscire i leoni e lasciarli al loro pasto, originaria funzione del rudere colosso romano. Ma è troppo facile: hanno fatto a gara trasversalmente, con la retorica dell’incazzatura. Più difficile capire. Capire perché non siano stati pagati indenizzi e ore di straordinario a quei lavoratori. Dal dipendente al libero professionista, sappiamo quanta rabbia faccia aspettare invano i soldi dovuti. L’assemblea sindacale che ha tenuto in ostaggio il Colosseo per due ore e mezza aveva questa motivazione. Bisognerebbe capire perché si proclama l’assoluto valore del nostro patrimonio artistico, bene culturale e quindi economico, ma poi i fondi tagliati a metà da Berlusconi nel 2008 siano rimasti fermi, mai rimediati. Sulla porta della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, la più importante d’Italia, e su quella dell'Archivio di Stato di Roma sono affissi due cartelli in cui ci si scusa per le poche ore d’apertura disponibili, ma si procede (anche) attraverso il volontariato. Ok, andiamo a scovare quelli che non fanno un cazzo, o quelli che vanno a fare la spesa e il pisolino e sono in permesso sindacale. Si monitori, ci vuole poco. Si scoprirà anche che la maggioranza tra i lavoratori sono forze responsabili. E dispongono solo del sindacato, con tutti i suoi enormi limiti, per farsi sentire. A quelli dobbiamo dare conto, e giustizia. Invece si vuol fare bella figura usando l’iperbole dell’Essenziale, sfornando leggi al volo, senza tirar fuori un euro. Le nozze coi fichi secchi sono ridicole. Anche nel terzo iperteconologico millennio, basta un proverbio di contadina memoria.

MAURIZIO BARUFFALDI
giornalista

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