Troppe imprese ancora falliscono

  • Massimo Blasoni

La scorsa settimana, a Cernobbio per il Forum Ambrosetti, il premier Matteo Renzi ha esibito un grande ottimismo sulla capacità di ripresa economica del nostro Paese. Vorremmo davvero potergli credere, per il bene di tutti. I numeri che raccontano la crisi di questi anni dipingono però una situazione che rimane di grande incertezza. Prendiamo ad esempio i dati più aggiornati sui fallimenti delle aziende: il nostro Paese resta uno dei pochi che continua ad registrare un fenomeno nettamente superiore ai livelli pre-crisi. Una nostra rielaborazione dei dati forniti dall'OCSE evidenzia infatti come rispetto al 2009 i fallimenti nella nostra penisola siano cresciuti del 66,3%, passando dai 9.383 del 2009 ai 15.605 del 2014.

Il costante aumento del numero di aziende italiane fallite non ha eguali se confrontato con gli altri Paesi monitorati: nel 2014 il numero di fallimenti negli Stati Uniti è stato inferiore a quello del 2009 del 55,1%, nel Regno Unito del 23,4%, in Germania del 20,5%. E anche laddove l'uscita dalla crisi è sembrata più lenta, come in Francia, si segnala un calo del fenomeno dell'1,1%. Solo l'Italia è ancora ampiamente al di sopra dei livelli pre-crisi, con un escalation che solo quest'anno accenna a fermarsi.

I primi due trimestri del 2015 lasciano in effetti intravedere un rallentamento nel numero di fallimenti. La nostra stima è un calo di 1.300 fallimenti rispetto al 2014, con un livello complessivo che dovrebbe attestarsi sui valori del 2013. L'inversione di tendenza si annuncia importante ma c'è poco da sorridere: anche con questo miglioramento rimarremmo il Paese che da questo punto di vista ha reagito peggio alla crisi. Nei sei anni tra il 2009 e il 2014, infatti, sono fallite nel nostro Paese ben 75.175 aziende. Si tratta di imprenditori, dipendenti e famiglie che nonostante tutto il loro impegno hanno dovuto soccombere e tirare giù la saracinesca, spesso lasciati soli da uno Stato che non smette di taglieggiare l'impresa con tasse e balzelli sempre più onerosi ma che quando si trova a sua volta a vestire i panni del creditore preferisce guadagnare tempo e non onorare i debiti contratti.

MASSIMO BLASONI

Imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro

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