Quello che la riforma fa ma nessuno dice

  • Riforma della scuola

Dicono intanto accetta, poi si vede. Nel corso degli anni ti muoverai. 

C'è Giuseppe, che ha superato i quaranta, ha moglie e figli: Giuseppe insegna a Palermo, da anni, docente apprezzato; ma la riforma lo manda a 1500 km di distanza per entrare in ruolo. O rimane a casa, con il rischio che il legislatore decida di sopprimere le graduatorie. Perché? Perché la riforma fa quello che non vi dice: non assume, stabilizza, per così dire, rimescolando le carte. I numeri, a cercarli, sono chiari: l'organico della scuola italiana nel 2015 era composto da 628.067 lavoratori, ATA compresi, e nel 2016 sarà di 626.654. Certo, poi hanno aggiunto circa 5.000 posti, ma poco cambia; davvero ben poco in confronto alle 102.000 assunzioni sparate dal governo. Quello che non vi si dice è che di facce nuove, con la riforma, non ce ne saranno; saranno facce diverse, quelle di gente che già nella scuola lavora attivamente, mica docenti mai entrati in classe, e che per dare l'apparenza di novità saranno spostate da un capo all'altro della penisola. Pena lo sparire, perché le parole non vengono mai usate a caso, e se nei documenti ministeriali ha fatto la sua prima comparsa l'espressione “soppressione delle graduatorie” qualcosa vorrà pur dire. Anche fosse solamente terrorismo psicologico verso chi volesse boicottare. Ah, e non si pensi che le cose cambieranno con il concorso del 2016: 60.000 posti in 3 anni servono a coprire i pensionamenti, normale amministrazione.

C'è Adriana, che programmava di sposarsi, aveva prenotato la chiesa, e ora che non rientra nella prima fase delle assunzioni non sa dove la manderanno sulla base della graduatoria nazionale: eppure lei a Padova insegnava lingue da anni, trasferitasi dalla Basilicata. Perché quello che la riforma non dice è che i docenti assunti non sono certo di primo pelo: le graduatorie risalgono a 15 anni fa e sono state chiuse sei anni fa; considerato che vi si entrava, da laureati, dopo la specializzazione, come minimo i docenti che saranno assunti avranno superato i trenta, ma molto spesso staranno già sui quarant'anni.

C'è Marta che, dopo anni a crescersi da sola il figlio lontana da casa, ha fatto il grande salto e si è riavvicinata al marito, e ora la rimandano via, prendere o lasciare. Eppure senza la riforma insegnava già. Perché quello che la riforma non dice è che non tutti i posti sono messi a disposizione, lo Stato si è lasciato un'ampia fetta di cattedre che alimenteranno ancora per decenni il precariato, almeno cinquantamila. E così ecco la manovra punitiva nei confronti dei docenti che hanno scioperato: perché fino a tre giorni prima dell'approvazione del Maxiemendamento, di graduatoria nazionale nessuna traccia.

C'è Fabrizio, che è single e senza genitori: a Pescara ce la fa perché ha ereditato la casa, ma forse lo manderanno a Milano. Perché quello che la riforma non dice è che a 42 anni con lo stipendio da insegnante, senza un gruzzolo dietro, come vivi a Milano o in una qualsiasi grande città? Ma di adeguamento degli stipendi alla media europea non c'è traccia, e la carta del docente serve ai corsi di formazione, mica a comprare il pane.

Altro non viene detto dalla riforma: che gli alunni l'anno prossimo non rivedranno i loro vecchi insegnanti, almeno quelli precari, anche storici e ormai “fissi”, perché il rimescolamento riguarderà tutte le regioni, con insegnanti meridionali costretti ad emigrare a nord. E non vi parla neanche di Davide, di Vicenza, fino all'anno scorso precario ma ormai fisso nella sua vecchia scuola, e ora, scalzato nella sua posizione da una decisione presa da altri e messa in pratica nell'arco di un mese, costretto anch'egli a spostarsi di provincia o di regione. E la continuità didattica per gli alunni dove sta? E i diritti, come quello di accudire parenti disabili? E il diritto a potersi fare, o a mantenere, una famiglia? Si lavora per vivere o si vive per lavorare?

SEBASTIANO CUFFARI (docente dell'associazione Gessetti Rotti)

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