Lo sciismo e il jihadismo dialogo e guerra civile tra musulmani

  • Claudio Lo Jacono

Sappiamo ormai bene come i jihadisti sanzionino con brutalità il gioco del pallone, l’ascolto della musica e cantare canzonette (unica eccezione il nashìd, dalle devote caratteristiche religiose): tutte pratiche ritenute dal loro stralunato moralismo come gravemente peccaminose.

Il tratto che sembra però maggiormente caratterizzare il pensiero e la pratica di questa nuova orrenda fede scaturita dall’alveo islamico è la furiosa ostilità nei confronti della variante islamica minoritaria che noi conosciamo come “sciismo”.

La sua rivalità col sunnismo risale alla guerra civile che nel 657 contrappose ‘Ali (quarto califfo, successore politico del profeta Maometto, di cui era cugino e genero) al ribelle governatore della Siria, Mu‘àwiya, che dopo la morte di ‘Ali nel 661, diventerà il primo califfo della nuova dinastia degli Omàyyadi. Questi, in veste di parente del terzo califfo ‘Othmàn, assassinato in un complotto interno alla comunità dei musulmani (Umma), accusava ‘Ali di lassismo nelle indagini e pretendeva ‒ nel rispetto di una tradizione dal sapore decisamente pagano ‒ che egli facesse piena e severa giustizia per il grave crimine perpetrato.

Dal non risolutivo scontro armato che ne derivò, scaturì l’irrisolta questione su chi avesse il diritto di guidare la Umma. I lealisti ‒ chiamati shì‘at ‘Ali, “la fazione di ‘Ali” ‒ credevano che il califfato dovesse essere riservato ai discendenti del Profeta, considerati tutti uomini benedetti da Dio, mentre i seguaci di Mu‘àwiya non accettavano una simile pretesa basata sul sangue: principio in effetti del tutto estraneo al modo di pensare arabo già prima della comparsa dell’Islàm.

Le tesi filo-alidi si coagularono in precise riflessioni giuridico-teologiche solo nellIX-X secolo, dando vita a quello sciismo grazie a studiosi quali al-Kulàyni (864-941), Ibn Babawàyh al-Qummi (923-991), Shaykh al-Mufìd (c. 948-1022), Sharìf al-Murtàda (965-1044), Sharìf ar-Radi (970-1015) o Shaykh at-Tusi (996-1067). Furono essenzialmente loro a mettere a punto le concezioni sciite riguardanti il califfo (da loro chiamato “Imàm”), senza peraltro spingersi a contestare in alcun modo l’assetto dogmatico della fede rivelata da Maometto, restando quindi pienamente all’interno del sistema di valori dell’Islàm.

Quanti si opposero alle loro argomentazioni, si dettero il nome di “sunniti”, riconoscendosi nelle posizioni espresse da Ahmad ibn Hànbal (780-855) contro l’alidismo.

Lo sciismo, per quanto sia una minoranza islamica (circa il 10% dei musulmani) non può tuttavia essere definito un’eterodossia e i delittuosi crimini dei jihadisti nei loro confronti non hanno quindi la minima scusante. Che gli sciiti siano appieno musulmani lo dimostra la loro annuale presenza ai riti del Pellegrinaggio obbligatorio a Mecca (haǧǧ), dal quale sono esclusi categoricamente tutti i devoti di fedi nate sotto l’egida dell’Islam ma dai sunniti unanimemente ritenuti “eretici” (un esempio sono i drusi o gli yazidi).

A due passaggi del credo sciita si oppone con decisione il sunnismo. Il primo è quello relativo all’immortalità dell’ultimo Imàm sciita (che per la minoranza ismailita è il settimo dopo ‘Ali e per la maggioranza imamita il dodicesimo): prerogativa questa che non ebbe neppure il Profeta Maometto. Il secondo è quello dell’infallibilità (‘isma), di cui ancora una volta non fruì Maometto, eccezion fatta per la sua perfetta capacità di memorizzare e ripetere ai fedeli la Rivelazione coranica portatagli dall’angelo Gabriele. Il sunnismo crede che di infallibilità si possa parlare, in linea di massima, solo per i profeti, mentre lo sciismo crede che sia una caratteristica di tutti i suoi Imàm.

Se però gli sciiti Shaykh al-Mufìd e il suo discepolo Sharìf al-Murtàda credevano che la ‘isma fosse attributo di ogni Imàm, non tutti gli sciiti sono stati d’accordo sul tema. Ibn Babawàyh, ad esempio, rifiutava una simile argomentazione, e sarebbe quindi contraddittorio addossare allo sciismo intero quanto sostenuto solo da alcuni suoi singoli pensatori, anche se di grande spessore.

La storia dei sunniti e quella degli sciiti non è sempre stata caratterizzata da convivenza pacifica e da tolleranza, ma la violenza estrema (con la vistosa eccezione della Baghdad abbaside del IX e X secolo) è stato fenomeno sostanzialmente sporadico, almeno fino al XX e al XXI secolo.

Il momento più qualificante di questa “differenza nell’unità” si è avuto alla fine degli anni Cinquanta dello scorso secolo quando, al termine di una serie di amichevoli e proficui incontri, i due massimi esponenti del sunnismo e dello sciismo dettero vita a un gruppo chiamato “Casa dell’avvicinamento tra le scuole giuridiche dell’Islam”.

Dialogarono costruttivamente da un lato l’egiziano sunnita Mahmùd Shaltùt, Shaykh dell’Azhar ‒ il massimo centro di elaborazione del sunnismo nel mondo musulmano ‒ e dall’altro l’iraniano sciita Ayatollah Hosseìn Tabataba’ì Borugerdì, che guidava l’importantissima hauze (scuola e seminario religioso) di Qom, in cui aveva studiato un giovane Ruhollàh Khomeinì.

Da quello storico incontro e da quel dialogo scaturì l’affermazione del reciproco riconoscimento di islamicità delle rispettive scuole giuridiche. Fatto essenziale se si considera che la Legge islamica, oltre ai suoi atti di culto e devozionali, permea di sé l’intera vita del credente, tenuto a vivere quotidianamente e con coerenza i principi dettati dalla religione (ortoprassi), se vuole lecitamente qualificarsi come vero credente.

Intesa che ebbe modo di essere replicata, su vasta scala, nel 2004 col cosiddetto “Messaggio di Amman”, condiviso da un alto numero di esponenti religiosi di spicco, tanto sunniti quanto sciiti.

Qualifica, quella di vero credente, che con tutta evidenza non può essere riconosciuta ai jihadisti, che ogni giorno di più impongono a chi è soggetto alle loro sopraffazioni lutti e violenze, oltre a una normativa pseudo-religiosa che con l’Islam ‒ così come attestato da un’ininterrotta e quanto mai ricca tradizione di oltre 14 secoli ‒ ha ormai pochissimi punti di condivisione.

Una nuova religione, insomma, per la quale l’uomo non ha più alcun posto. E in cui il loro Dio non conosce clemenza, misericordia e perdono.

CLAUDIO LO JACONO

direttore di "Oriente Moderno", rivista edita da 96 anni dall'Istituto per l'Oriente C. A. Nallino di Roma

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