Periferie, una vita da negri bianchi

  • Claudio Camarca

La sensazione è che si stia dando forma compiuta a giganteschi campi di raccolta, una serie infinita di universi concentrazionari edificati al di fuori del centro delle aree urbane. Una pletora di cerchi concentrici via via più lontani dal punto focale. Periferie diventate Centri di Permanenza. Nei quali ammassare cittadini italiani a basso reddito e migranti scaturiti dai sud del mondo. Campi di raccolta presidiati non tanto, non solo, dalle forze dell’ordine. Bensì dalla stessa rabbia figlia di una condizione bastarda. La rabbia di chi trascorre due ore della propria giornata nel raggiungere il posto di lavoro; la frustrazione di chi non ha farmacie notturne né presidi sanitari nel raggio di chilometri; la collera per la rete fognaria ostruita: e gli stradoni divelti dalle buche e privi di illuminazione: i condomini monocromatici e con le tubature che gocciano muffa: i cumuli di immondizia vomitati alla rinfusa innalzati a collinette esecrabili: una condizione intollerabile diventata prigione per lo spirito, carcere per l’immaginazione. Muri invisibili all’occhio ma tangibili per l’anima, in grado di modellare il carattere. E che costringono a sentirsi prigionieri di uno spazio coatto. Che impedisce di vivere il centro cittadino altro se non in rapide passeggiate canicolari, nemmeno come turisti, bensì da detenuto cui si concede l’ora d’aria. È questa condizione dell’essere che impedisce al migrante di muoversi dalla periferia. Una inconsapevole ma persistente inadeguatezza che relega i poveri tra i poveri. Li tiene lontani dalle ZTL. Conduce i cittadini delle borgate a divenire “negri bianchi”. Non integrando. Non educando al rispetto. Azzerando ogni diversità, quindi ogni possibile incontro, in una depressione fredda e profonda. In attesa che diventi metastasi. Per poi recidere. Per poi amputare.
CLAUDIO CAMARCA, scrittore e regista

 

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