Jobs act In frenata

  • Michele Caropreso

S embra perdere smalto, a maggio, la ripresa del mercato del lavoro legata al Jobs Act e alle agevolazioni contributive introdotte, per le nuove assunzioni, dalla legge di stabilità. I dati pubblicati venerdì scorso dal ministero del Lavoro vanno letti con attenzione, ma l’effetto moltiplicatore che tutti aspettavamo con il consolidarsi delle nuove regole non è ancora arrivato. Nonostante l’ottimismo mostrato dal premier Renzi.
A maggio, comunica il Sistema informativo del ministero, la attivazioni di nuovi rapporti di lavoro, in qualsiasi forma, sono state 934.000, contro 749.000 cessazioni. Il saldo positivo è di circa 185.000 posti di lavoro in più. Bene, quindi. Più o meno l’andamento riscontrato nello stesso mese del 2014. Il 24% di queste attivazioni sono a tempo indeterminato, una percentuale che nel 2014 si era fermata al 21,1%. Le cattive notizie, in chiave di qualità del lavoro, arrivano dalle cessazioni, che sono state per i contratti a tempo indeterminato tante quante le attivazioni. Il saldo per i posti di lavoro stabile, insomma, è zero, mentre la crescita è legata al tempo determinato, che si prende tutti i 185mila occupati in più.
Crescono, rispetto al 2014, le trasformazioni di contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato: 30.000 nel maggio 2015 contro le 21.000 dello stesso mese dell’anno precedente. Anche il confronto con il mese precedente delude le aspettative dei fan del Jobs Act. Ad aprile 2015, infatti, i nuovi contratti a tempo indeterminato erano stati quasi 200.000, ma le cessazioni solo 150.000, con un saldo positivo di occupati stabili pari a 50.000 unità. Renzi, commentando questi dati insieme a quelli sulla produzione industriale – che ha fatto registrare una crescita del 3% su maggio 2014 – ha parlato di «dati molto importanti, bassi rispetto alle aspettative ma alti rispetto al recente passato, il segno di una vera inversione di rotta».
Parlare di inversione di rotta mi sembra onestamente eccessivo, vista la discontinuità dei dati che arrivano dall’Osservatorio del ministero. E il rischio che vedo dietro l’angolo è quello di una jobless recovery all’italiana, di una ripresa che non crea nuovo lavoro, almeno non subito. Non esattamente un toccasana per un paese che ha nell’alto tasso di disoccupazione e nel basso tasso di occupazione i suoi principali handicap.
MICHELE CAROPRESO
Giornalista

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