Violenza a scuola Fiction o realtà?

  • Maurizio Baruffaldi

Nella prima puntata della seconda serie di True Detective, sulla quale mi sono avventato appena possibile lo streaming, un padre scopre l'ennesima violenza subita a scuola dal giovane figlio. Grassoccio e timido, il ragazzo non racconta mai gli abusi; ma il padre ormai ha capito, e gli strappa il nome del compagno colpevole. L'uomo va a casa del giovane aguzzino. Si presenta sulla soglia l'altro padre, al quale il protagonista spiega che è un poliziotto, e che si tratta di un furto a scuola. Appena il giovane esce sulla porta, l'uomo inizia pestare, a sangue, davanti ai suoi occhi, il genitore. Poi se ne va dicendo al ragazzo che suo padre pagherà ogni volta che lui farà del male a qualcuno più debole. Rabbia incontenibile, fine della ragione. Eppure c'è una scelta lucida, in quella follia: punire il genitore, colui che lo ha coltivato, anche solo con l'indifferenza, e costringere il minore a misurarsi con le conseguenze dell'agire. Il giorno dopo, pesco sulla pagina di un quotidiano nazionale un video, girato da uno smartphome, postato sul sito specializzato «La Tecnica della scuola». In una classe delle superiori, un pugno di ragazzi insulta oscenamente la professoressa che cerca di fare lezione. La sua colpa è quella di essere cicciottella come il figlio di True detective, ormai rassegnata, e soprattutto donna, perché l'ossessione batte su cazzi, elefanti e negri, nella più penosa tradizione. La mancanza di autorevolezza, produce mostri, penso. E poi penso ai loro padri. Mentre l'insegnante ripete delicatamente, come una preghiera - Silenzio, smettetela... -, e loro aumentano la dose, con una violenza verbale inascoltabile. Non si riesce a credere si possa essere tanto giovani e già tanto vigliacchi e miseri. La realtà lascia disarmati. Fosse stata una serie Tv, avremmo avuto la soluzione.
MAURIZIO BARUFFALDI

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