Tra l’Agorà greca e la piazza social

  • Patrizia Pertuso

“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È  l’invasione degli imbecilli”.
Ipse dixit. Ipse è Umberto Eco dall’Aula Magna della Cavallerizza Reale a Torino, dove il 10 giugno scorso ha ricevuto, dal rettore Gianmaria Ajani, la laurea honoris causa in “Comunicazione e Cultura dei media”. Da lì in poi sui social si è scatenato il finimondo. Effettivamente, a nessuno fa piacere essere chiamato imbecille. Ma è anche vero che l’uso dei social a volte – anche spesso, ormai troppo spesso – viene totalmente distorto da persone che scrivono frasi o creano pagine e gruppi quantomeno discutibili. Mi riferisco, per esempio, a quei casi in cui i bambini down vengono presi di mira senza mezze misure o a quelle pagine che inneggiano al razzismo o, ancora, a quei gruppi in cui si fa esplicito riferimento alla violenza tout court.

Ecco, secondo il mio modesto parere, ritenere queste persone imbecilli è fare loro un complimento. La Treccani alla voce imbecille riporta: ““debole” fisicamente o mentalmente. Chi, per difetto naturale o per l’età o per malattia, è menomato nelle facoltà mentali e psichiche. Più spesso, nel linguaggio familiare, titolo ingiurioso, rivolto a chi, nelle parole e negli atti, si mostra poco assennato o si comporta scioccamente, senza garbo, da ignorante, in modo da irritare”.
 
A me quei post, quelle pagine o quei gruppi non mi fanno solo irritare. Mi fanno riflettere sull’uso distorto dei social. È vero, come sostiene Eco, che ormai la grande piazza, l’agorà greca, si è spostata su Twitter, Facebook e via dicendo. Ma proprio per questo bisogna calibrare ciò che si dice. E a quanti hanno invocato lo spettro della “censura“ vorrei ricordare che dire baggianate in pubblico dovrebbe, prima di tutto, essere censurato da noi stessi. Perché non è che si faccia una gran bella figura a spararle in una piazza così ampia. Pensare prima di parlare e pensare prima di scrivere non ha mai fatto male a nessuno. Così come parlare e scrivere mantenendo il rispetto verso gli altri mi sembra veramente il minimo sindacale.

PATRIZIA PERTUSO
Giornalista

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