Uranio, vittime prese in giro

  • Stefania Divertito

Ci risiamo. Quindici anni di indagini, commissioni, denunce, funerali, salti in avanti e passi indietro,  sentenze, studi scientifici internazionali, il nostro Parlamento oggi voterà l’ennesima commissione d’inchiesta sull’uranio impoverito. È necessaria?  Lo sarebbe, ma con i presupposti giusti. E a leggere l’atto costitutivo non sembra ci siano per ora. L’Osservatorio militare da tempo usa le tre cifre per aggiornare la conta dei morti tra i nostri soldati. La scienza è d’accordo sulla tossicità chimica degli armamenti usati nelle guerre degli anni 90 e recenti, anche grazie alla italianissima scoperta delle nanopatologie a opera della dottoressa Antonietta Gatti. Eppure.
Eppure ancora oggi ci si trova a scambiare chiacchiere con chi – tra gli addetti ai lavori – pronuncia frasi del tipo: “Io non credo che ci sia una relazione tra l’uranio impoverito e le malattie”. Non credo. Alla stregua di una professione di fede. Non si tratta di crederci, ma di studiare. Le carte ce lo dicono dagli anni 80, e fummo proprio noi di Metro a pubblicarle per prime, nel 2001. È risaputo e dimostrato che le esplosioni di proiettili ad uranio impoverito generano un mix di nanoparticelle a causa delle elevatissime temperature. E chi ha respirato quel mix è stato esposto a un elevatissimo rischio.

La nuova commissione sull’uranio impoverito dovrebbe  occuparsi
non della ricerca del nesso, ma di chi sapeva dei rischi e non ha fatto nulla

Ma se pure non bastassero gli studi medici, arrivano le sentenze dei tribunali italiani. Almeno venti, ottenute grazie allo straordinario lavoro dell’avvocato Angelo Tartaglia. Lo Stato è condannato a risarcire le vittime italiane. In alcuni casi con sentenze passate in giudicato. Eppure non paga. Dilata i tempi, anche per chi tempo non ne ha molto. Lascia i propri soldati e le loro famiglie soli nella girandola di esami clinici, pareri medici, interventi chirurgici spesso palliativi. Soli.
La Commissione d’inchiesta che oggi nascerà alla Camera dovrebbe necessariamente occuparsi non della ricerca del nesso – dopo 15 anni non se ne può più – ma dei responsabili: di chi sapeva e non ha fatto nulla; e anche di chi dopo sentenza definitiva di un tribunale non si decide a risarcire. Volete fare una Commissione d’inchiesta? O così,  o sarà l’ennesima presa in giro per migliaia di ragazzi.

 

STEFANIA DIVERTITO
(giornalista)

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