Sul tema immigrazione servono accoglienza e lungimiranza

  • MARCO DE PONTE

Se fino a qualche settimana fa qualcuno poteva permettersi di “non vedere” i migranti, perché Triton li lasciava in mezzo al Mediterraneo, oppure perché pareva che al massimo arrivassero sulle spiagge del Sud, oggi ci si è accorti che – per la verità da mesi, come ogni anno – sono nelle stazioni, nelle città metropolitane, accampati sugli scogli ai confini della Francia, fino allo sgombero. Si sono accesi dei riflettori sulle tante zone d’ombra del vecchio continente. Sono o meglio si vedono accampati dietro a quei confini che Paesi come l’Ungheria vorrebbero chiudere innalzando muri. Aprire gli occhi all’accoglienza non è più solo una responsabilità dei siciliani, di Lampedusa, come non è più una responsabilità solo italiana. Il fatto che questo “si veda” è già un passo avanti.

La banalizzazione di temi complessi si nutre di paura dell’altro e xenofobia; su questo gioca senza ritegno chi osa accostare “spazzatura, topi e esseri umani”, e anche parte dei media che amplificano le idiozie vere e proprie di personaggi che andrebbero semplicemente ignorati. Così, sulla questione migrazioni, veniamo spesso costretti alla semplificazione “e tu da che parti stai?” O col Papa o con Salvini (che già… si capisce è un azzardo), come si potesse “fare il tifo per”, come in un derby.

È disgustoso, ma pure irrazionale, perché invece allo stadio non siamo. Non siamo di fronte a buoni/cattivi, a vincenti/perdenti. Se il livello della discussione rimane quello del Bar dello Sport perdiamo tutti noi, oltre che naturalmente i migranti. C’è – per fortuna - un’Italia sveglia che in questi giorni porta accoglienza alla stazione Tiburtina, che a Ventimiglia distribuisce sorrisi invece che manate in faccia, che si fa carico di comprare shampoo o ciabatte in plastica per chi non conosce, o di portare i giochi dei propri figli nel mezzanino in Centrale, a Milano.

Bisogna dare più spazio a questi italiani, piuttosto che a chi grida all’invasione: così il vento cambierà e si comincerà a discutere non di una emergenza, ma effettivamente del come organizzare l’accoglienza. Perché la questione non sono alcune migliaia di persone che arrivano oggi, quanto piuttosto il milione che arriverà da dove si sono create guerre, fame, povertà e che verranno in Europa semplicemente per vivere e lavorare con noi.

La buona volontà di alcuni alle frontiere, serve a far cambiare il vento, ma ovviamente non può essere abbastanza per organizzare l’accoglienza oltre l’emergenza. Le urla di Maroni che minaccia di “tagliare i fondi a chi li accoglie”, sono uguali alle urla del ministro dell’Interno transalpino, Bernard Cazeneuve che intima “se ne occupi Roma”.  Sono fatti della stessa pasta (frolla). Nutriti non solo dallo stesso bieco e cieco egoismo, ma anche dalla miopia o dimenticanza). Ma quale istituzione di paese “civile” si può permettere di dire a persone che fuggono: “vai dove vuoi ma non qui”? Né Maroni, né Cazeneuve, si rendono conto che l’Europa è qui dove scrivo e dove leggi, nel suo insieme: non è solo Milano, non è solo Parigi, non è solo Roma come ovviamente non è solo Lampedusa. Il “qui” è un continente che è tenuto a garantire il rispetto dei diritti umani. E quindi prima si salva senza discutere, poi si discute come organizzare il futuro assieme, compreso attraverso gli accordi con gli altri.

Per contrastare l’egoismo miope che ci fa dibattere solo di emergenza e di fazioni da stadio, qui sul territorio italiano, come in Europa, ci vogliono politiche strutturate, improntate - dopo aver comunque salvato vite umane in mezzo al mare - a stabilizzare le aree di crisi. Serve etica della responsabilità, non strepito che cavalchi paure artefatte o radicate nella debolezza.

Bene che si cerchi di superare il Regolamento di Dublino, che non tiene conto di dove davvero vogliono andare le persone; si adottino politiche di asilo e protezione che sfocino davvero in una pratica coerente e solidale su tutto il territorio europeo. Bene che si pensi a un sistema di redistribuzione negli Stati membri; bene se il sistema sarà vincolante e ben strutturato. Bene che si tenti di impedire a qualunque paese che voglia davvero far parte dell’Unione, di permettersi di dire “non è un problema mio”.

Ma mentre si invoca tutto questo in Europa, ricordiamo che lo stesso vale per il sistema di accoglienza in Italia. Se ci fosse più collaborazione sui territori,  se tutti facessero la propria parte, la gestione non solo proietterebbe l’immagine di un paese migliore, ma sarebbe anche più efficace, non solo emergenziale in clima da stadio. Su più di 8mila Comuni solo 379 hanno aderito alla rete Sprar (il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati). Enormi i divari regionali: il 21% degli immigrati è ospitato in Sicilia, il 13% nel Lazio, con percentuali molto basse soprattutto nelle regioni (del Nord) che dicono di non volere gli immigrati (Lombardia il 9%, il Veneto il 4% e la Liguria il 2%).

Con un sistema equamente strutturato, anche volendo, per opportunismo politico o suoi limiti personali, non si potrebbe permettere un Presidente di Regione di minacciare i Comuni sulle risorse. Come non si può lasciare sola l’Italia a gestire gli arrivi a Lampedusa, non si possono lasciare i Comuni virtuosi a fare da soli magari nell’ostilità delle Regioni.

E con un sistema chiaro, ovviamente non si lasciano da sole le associazioni a gestire proprio l’emergenza che proprio non si può “non vedere”.

Oltre alla preparazione organizzativa, ci vuole poi una forte motivazione a informare le cittadinanze in maniera trasparente e corretta. In questo, la debolezza italiana non è che l’altra faccia della debolezza europea. I cittadini devono essere messi in condizioni di capire e comprendere fenomeni che sono ormai di portata globale e che non riguardano appunto solo l’Italia. Per non avere paura di sentirsi assediati, perché sotto assedio non siamo. Capire cosa accade nei Paesi e farlo capire agli italiani /europei è anche questo ruolo delle istituzioni, oltre che dei media e di associazioni come ActionAid.

MARCO DE PONTE
SEGRETARIO GENERALE ACTIONAID ITALIA

Articoli Correlati

La partecipazionecome nuovo inizio

Fino a domenica, a L'Aquila, si terrà il primo festival della Partecipazione: quattro giorni di dibattiti, lezioni magistrali, laboratori, concerti e spettacoli

Cibo, la sfida di Actionaid

Marco De Ponte, segretario generale Actionaid Italia, spiega che “democrazia del cibo” significa partecipazione

Non ci serveun equilibrista

L'opinione di Marco De Ponte