Lavoro, corto circuito dei dati Istat

  • Michele Caropreso

Istat contro Istat. Il “corto circuito” in cui si incappa inevitabilmente quando si prova a dare i numeri in materia di lavoro ha colpito anche l’Istituto nazionale di statistica. Che lo scorso 3 giugno ha comunicato i dati relativi ad aprile 2015, segnalando un boom di occupati, 159mila in più rispetto a marzo e addirittura 261.000 in più rispetto ad aprile 2014. Salvo poi cambiare registro tre giorni dopo, quando ha comunicato i dati relativi al primo trimestre 2015: ci sono quasi 7 milioni di italiani che, in un modo o nell’altro, sarebbero disponibili a lavorare ma un lavoro non ce l’hanno.
Ovviamente la “colpa” non è dell’Istat, che si limita a registrare dati puntuali e aggiornati su un tema così delicato e sensibile come il lavoro, ma della voglia di sbattere il numero in prima pagina che spesso ha la politica, per sostenere il valore di determinate misure. Così il premier, Matteo Renzi, non ha fatto mancare il 3 giugno il consueto tweet con cui celebrava i dati positivi di aprile: “Dati Istat: – ha digitato veloce Matteo – abbiamo 159mila occupati in più in aprile, primo mese di Jobs Act”. Tutto vero, per carità. E ci sta la soddisfazione del premier, che proprio sul Jobs Act ha puntato tutte le sue fiches per il rilancio dell’occupazione.

La “colpa” non è dell’Istat, che si limita a registrare dati puntuali e aggiornati su un tema delicato, ma della voglia di sbattere il numero in prima pagina

È anche vero però che, se ancora nel primo trimestre 2015 sono aumentati gli occupati (133.000 in più rispetto al primo trimestre 2014) sono cresciute pure le forze di lavoro “potenziali”, ovvero le persone formalmente inattive, ma pronte a uscire dall’inattività, e in particolare tra queste coloro che si dichiarano disponibili a lavorare pur non cercando impiego. Da 3,25 milioni del primo trimestre 2014, siamo passati a 3,55 del primo trimestre 2015 con una crescita di 300.000 unità. Sommandole ai 3,3 milioni disoccupati – quanti cioè un lavoro non ce l’hanno però lo cercano attivamente – si arriva alla cifra monstre di 7 milioni.
Con le rilevazioni Eurostat si vede poi che in Italia meno della metà dei laureati risulta occupato entro i tre anni dal conseguimento del titolo, una percentuale di quasi trenta punti inferiore alla media europea (78,2% nell’Ue a 28). E che i giovani tra i 20 e i 34 anni che lavorano a tre anni dalla laurea sono il 49,6%. Fa peggio solo la Grecia (45%). Ecco, per questi dati il tweet di Matteo non è ancora arrivato.

 

MICHELE CAROPRESO
giornalista

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