I perseguitati di serie A e quelli di serie B

  • BRUNO MASTROIANNI

Inutile negarlo, quando si parla di persecuzioni dei cristiani i media occidentali mostrano una certa ritrosia ad affrontare il tema. Quale è il problema? È quello di confondere una lotta per la libertà di religione in una sorta di difesa di parte. Come se volere i cristiani liberi fosse un gesto di difesa “dei nostri”. Guardando i numeri la situazione è grave, basta prendere ad esempio il dato che i cristiani in Siria sono passati da 1,75 milioni dei primi mesi del 2011, agli appena 1,2 milioni nell’estate del 2014, con un calo di oltre il 30% in tre anni. La lista è lunga e va dall’Africa fino in Asia dove in molti casi i cristiani non hanno piena cittadinanza a causa della loro fede. Ma c’è una ragione che dovrebbe spingere a parlare e difendere i perseguitati: il loro modo di reagire. Attraverso l’hashtag #free2pray in questo momento il popolo del web si sta scambiando sui social video e testimonianze di queste persone. C’è il professore dell'università in Kenya (dove sono stati massacrati 150 studenti) che dice “questo ci ha portato a un nuovo senso di unità”; c’è la suora che in Iraq spiega come “la fede degli iraqeni, nonostante abbiano perso tutto, sta crescendo”; c’è padre Ibrahim ad Aleppo che dice “siamo diventati amici di tanti musulmani che prima non guardavamo in faccia”.
Dare voce a questi cristiani è dare voce a qualcosa di desiderabile per tutti gli uomini. Ecco perché bisogna parlarne. Ci ricordano che la libertà di religione non è un diritto asettico ma qualcosa che dà valore alla vita, che rende migliori. Una questione universale, che si può condividere al di là delle differenze di vedute: i perseguitati ci stanno mostrando che quando la fede è autentica, la libertà di manifestare le proprie convinzioni più profonde è soprattutto libertà di essere pienamente umani.

 

BRUNO MASTROIANNI
Giornalista

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