Cannavacciuolo salva la Lanterna di Don Gallo

  • Cucine da incubo

DORGALI Più che uno chef stellato, sembra una star di Hollywood su red carpert. Quando appare nel tendone del Festival della TV e dei nuovi media di Dorgali (CN), Antonino Cannavacciolo viene letteralmente sommerso (e non è facile, data la stazza) dai fan. Soprattutto sono bimbi che vogliono una foto con il protagonista di “Cucine da incubo” (la terza stagione prodotta da Endemol Italia partirà su Fox Life il 26 maggio), nonché prossimo giudice di MasterChef. I ragazzini lo hanno seguito mentre dal palco raccontava di quando suo padre – cuoco - gli sconsigliava di seguire le sue tracce («Con questo lavoro non ti fai una famiglia», dice); di come  fino all’ultimo abbia detto “no” a Fox («Ero io a fare il colloquio a loro  e dicevo: “Mi raccomando, dite a mia moglie che non mi avete preso”, perché era lei a tenerci»); e, infine, vaticinare che il lavoro del futuro non sarà ai fornelli, ma in un campo a zappare («20 anni fa, se dicevi: “Voglio fare il cuoco”, ti guardavano come se avessi ucciso qualcuno… Oggi tutti vogliono essere chef. Tra 20 anni tutti vorranno fare i contadini, perché crei dalla terra, la più bella sensazione del mondo»). Ma a Dorgali, lo chef che aiuta i ristoranti in crisi, ha anche anticipato alcune puntate della stagione. Una in particolare gli ha cambiato la vita…

Chef, qual è stato tra i 10 locali quello che le è rimasto nel cuore?

La Lanterna di Genova. È il ristorante della comunità di Don Gallo. Ci hanno chiamato loro. Quando sono arrivato, ho trovato un luogo dove si era spenta la luce dopo la morte del suo fondatore.  Lì ho capito che non si deve mai puntare il dito: ho cucinato con un uomo che ha commesso 7 omicidi, ma la sua storia è una storia di sfortuna. Quando siamo andati via, ho sentito Don Gallo che sorrideva! È scesa la lacrima.

La differenza tra “Cucine” e  “MasterChef”?

“Cucine da incubo” si basa sul calore umano. A” MasterChef” invece hai sempre una barriera davanti, sei distaccato. Ma è ancora presto per parlarne, ho iniziato a lavorarci solo da una settimana.

Ha sempre detto che ristoratori non ci si inventa: il messaggio è arrivato?

Si inizia. Tutti possono fare un buon piatto per 4 persone, ma farlo per 70  è tutta un’altra cosa. Per avere un ristorante, prima devi essere imprenditore e poi chef. Comunque io di chef che chiudono un ristorante e aprono una pompa di benzina o si mettono a fare i piastrellisti non ne ho mai conosciuti, non capisco perché debba essere facile il contrario!  ANDREA SPARACIARI