L'Italia e quello strano capitalismo all'amatriciana

  • Maurizio Guandalini

Whirlpool, impresa globale americana viene in Italia, acquisisce Indesit, salva una nostra azienda destinata al declino, fa un piano industriale con investimenti ed esuberi (oltre 1000). Proteste. Si chiede l’intervento del Governo per far cambiare idea a Whirlpool. Cambiare idea vuol dire riscrivere il piano industriale. Possibile? Gli Stati hanno subìto la globalizzazione economica. Non erano e non sono preparati a capirne gli effetti e a innestare qualche regola. L’Italia poi fa caso a sé. Il premier Renzi ha detto «finiamola con il capitalismo relazionale». E come dire a Dracula di smetterla di succhiar sangue. Il capitalismo italiano è sempre stato salottiero, per pochi e dalle grandi pacche sulle spalle. Relazionale vuol dire questo. Banche, grandi aziende, politica e anche sindacati si facevano i favori a vicenda: prestiti a fondo perduto, salvataggi improbabili, pace sociale, fino giù giù (o su su) alla nomina dei direttori dei giornali un tempo influenti. Un welfare all’amatriciana. Fuori dalla porta ci stavano i piccoli imprenditori, chi ha buone idee ma non ha i capitali. Sia chiaro: non tutto il cattivo era da una parte e non tutto il buono era dall’altra. Ma è vero che la globalizzazione, e anche l’appartenenza ad un blocco economico come l’Unione europea, ha spazzato vie certe consuetudini. Il Re è nudo. Capitalismo famigliare pieno di luci e ombre, figli inadatti al ruolo di imprenditori, strategie industriali provinciali e small is better, piccolo è bello un corno.

La globalizzazione, mercato senza frontiere, ci ha risvegliati dal torpore e dalle inadeguatezze. Ha ridisegnato le gerarchie e reso minoritarie, gruppettare e pericolose le ragioni dei no-global, no-expo-no-no. Ciò detto la globalizzazione non è un ectoplasma. Una entità superiore. Siamo noi. I nostri comportamenti. Le classi dirigenti, da quelle della politica a quelle delle banche. Lo dico perché ogni trend, anche la globalizzazione, è passibile di aggiustamenti. Nutri il pianeta se insegni a coltivare e non sfrutti le risorse, degli altri, come a Kathmandu. Con il capitalismo relazionale dei tempi andati una vicenda come  Indesit si sarebbe chiusa a tarallucci  e vino. E “qualcuno” (la politica?) avrebbe provveduto (vedi la storia della Fiat). Aggravando la situazione. Stupisce, oggi, sentire chiedere conto dei posti di lavoro al Governo. Soluzioni e ruoli chiari. Il governo può confrontarsi con le strategie aziendali di una azienda privata attraverso la propria politica industriale: è l’unico strumento che sa tenere testa alla globalizzazione selvaggia.

MAURIZIO GUANDALINI
(Economista e giornalista)

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